Il giorno dopo la guerra all’Iran: Cinque Scenari e domande fondamentali

The new era of the Middle East could potentially see the further solidification of the Axis of Resistance. (Photos: Video grab, Palestine Chronicle)

By Ramzy Baroud

Il Medio Oriente è sull’orlo di cambiamenti geopolitici profondi e senza precedenti, destinati a influenzare la regione per decenni.

Il Medio Oriente si trova sull’orlo di un riallineamento geopolitico profondo e senza precedenti. Anche se una temporanea “cessazione delle ostilità” tra Stati Uniti e Iran dovesse reggere, le cause strutturali del conflitto restano irrisolte.

Tra una fragile tregua provvisoria e un accordo complessivo si estende un vuoto strategico estremamente volatile, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha forti incentivi politici a sfruttare.

Di fronte a profonde vulnerabilità politiche interne, il principale meccanismo di sopravvivenza politica di Netanyahu continua a essere l’escalation regionale. Tuttavia, i margini geografici e militari disponibili per tale escalation si stanno rapidamente restringendo.

Il panorama regionale è cambiato radicalmente. L’Asse della Resistenza ha dimostrato una resilienza strategica senza precedenti, frustrando gli obiettivi dell’aggressione militare congiunta statunitense e israeliana iniziata il 28 febbraio.

La guerra congiunta degli Stati Uniti e Israele aveva l’obiettivo di paralizzare le infrastrutture militari iraniane e imporre un cambio di regime. Invece, ha messo in luce i limiti del potere occidentale e israeliano convenzionale di fronte a una rete asimmetrica profondamente radicata.

La ridefinizione della deterrenza iraniana

L’Iran ha riscritto in modo fondamentale le regole dello scontro. Assorbendo attacchi diretti e rispondendo con una massiccia dottrina di rappresaglia multilivello, Teheran ha segnalato che l’era della “pazienza strategica” è finita.

La risposta iraniana non è più localizzata; può raggiungere qualsiasi obiettivo. Questo è stato dimostrato quando droni e missili balistici iraniani hanno colpito non solo infrastrutture militari israeliane, ma anche importanti basi militari statunitensi e infrastrutture critiche negli Stati del Golfo.

Il controllo strategico di Teheran sullo Stretto di Hormuz continua a rappresentare una potente arma economica, spingendo i prezzi globali dell’energia a livelli storicamente elevati e dimostrando che qualsiasi futura aggressione occidentale garantirebbe un’immediata e sistemica destabilizzazione globale.

Il Paradigma dei molteplici fronti e il fallimento della strategia di “separazione”

Per anni, Washington e Tel Aviv hanno perseguito una strategia di “separazione”, cercando di isolare i diversi teatri della resistenza e del conflitto per poter schiacciare singolarmente la resistenza palestinese, indebolire Hezbollah o colpire l’Iran senza provocare una risposta regionale unificata.

Questa strategia è crollata quando Israele ha bombardato la Dahieh di Beirut all’inizio di giugno, nonostante gli espliciti avvertimenti iraniani che definivano quella mossa una linea rossa.

Invece di frammentare l’Asse della Resistenza, quell’aggressione ha consolidato in modo permanente il principio dell’“Unità dei Fronti” (Wahdat al-Sahat).

Ciò significa che un attacco convenzionale contro uno dei nodi dell’Asse provoca ora una risposta automatica, coordinata militarmente e politicamente, su tutti i fronti.

I campi di battaglia di Gaza, del Libano meridionale, di Teheran e del Mar Rosso si sono fusi in un unico teatro strategico indivisibile: uno scenario da incubo per Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati regionali.

Ansarallah: La riserva strategica

Il fatto che Ansarallah nello Yemen non abbia attivato il proprio arsenale militare completo durante il culmine dell’aggressione del 28 febbraio rappresenta una dimostrazione calcolata di fiducia, non di debolezza.

Astenendosi dal bloccare Bab al-Mandab e dall’impiegare i più sofisticati missili balistici antinave e le varianti più avanzate dei droni a lungo raggio a sua disposizione, l’Asse ha segnalato di possedere una notevole profondità strategica.

Il riallineamento palestinese

All’interno di questo più ampio confronto regionale, le fazioni della resistenza palestinese hanno adottato una strategia attendista, osservando attentamente gli spostamenti degli equilibri di potere regionali.

Le fazioni di Gaza sono giunte a una conclusione definitiva: Israele non ha alcuna intenzione di rispettare un cessate il fuoco duraturo.

Le dichiarazioni pubbliche di Netanyahu sull’espansione della cosiddetta Linea Gialla, la continua retorica dei ministri dell’estrema destra a favore della pulizia etnica e l’ostruzione sistematica degli aiuti, che ha riportato Gaza sull’orlo della fame, ne costituiscono una prova evidente.

Inoltre, decenni di occupazione hanno insegnato ai leader palestinesi che i quadri diplomatici guidati dagli Stati Uniti sono fondamentalmente fallimentari.

Washington ha agito costantemente come scudo diplomatico di Israele e come suo principale fornitore di armi, eliminando qualsiasi possibilità che possa svolgere il ruolo di arbitro neutrale o imporre a Israele il rispetto del diritto internazionale.

Parallelamente, gli Stati arabi della regione si sono dimostrati o pienamente complici o strutturalmente incapaci di esercitare una pressione sufficiente a fermare la distruzione di Gaza.

Un riallineamento di Hamas?

Questa traiettoria geopolitica sta modificando radicalmente gli equilibri interni di Hamas.

Storicamente, il movimento ha mantenuto un delicato equilibrio tra due correnti concorrenti: una più vicina al Qatar e ad altri alleati degli Stati Uniti, e una componente più radicale e militare orientata verso il sostegno diretto dell’Iran.

Poiché la diplomazia mediata dall’Occidente non riesce a garantire una fine permanente dell’occupazione, l’ala filo-iraniana sta acquisendo un’influenza senza precedenti.

Questo cambiamento interno è emerso chiaramente durante la recente telefonata tra il membro dell’ufficio politico di Hamas Khalil al-Hayya e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

Al-Hayya ha elogiato esplicitamente il team negoziale iraniano per la sua posizione inflessibile nel richiedere una cessazione simultanea delle ostilità su tutti i fronti regionali.

È significativo che questa telefonata sia avvenuta dopo una serie di dichiarazioni deliberate del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), e non dei vertici politici di Teheran, che hanno chiarito come Gaza non sia più una questione secondaria e separata.

Se in passato “porre fine alla guerra su tutti i fronti” implicava soprattutto il Libano, oggi Gaza viene esplicitamente indicata come una condizione inseparabile per qualsiasi stabilità regionale duratura.

Se questa tendenza continuerà a favorire l’Iran e i suoi alleati, le fazioni della resistenza palestinese probabilmente si muoveranno rapidamente per capitalizzare questo successo, un successo nel quale la fermezza palestinese ha avuto un ruolo fondamentale.

Cinque aspettative e domande fondamentali per la nuova era

Se l’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran dovesse concludersi a vantaggio di Teheran, nel breve e nel lungo periodo potrebbero emergere le seguenti dinamiche:

Primo: Il Fronte Interno Iraniano

L’Iran potrebbe entrare in una nuova fase di coesione interna, alimentata dalla ripresa economica, da un rinnovato orgoglio nazionale e da un nuovo patto sociale capace di avvicinare conservatori e riformisti.

L’Iran sta chiaramente evolvendo lungo linee nazionaliste, pur mantenendo una forte componente religiosa.

L’aver respinto una campagna militare condotta congiuntamente da una superpotenza e da Israele conferisce al sistema politico iraniano un’ondata senza precedenti di legittimità fondata sulla sovranità e sulla difesa nazionale.

La Domanda Fondamentale: La nuova leadership iraniana utilizzerà questa opportunità per costruire una coesione strategica duratura, impedendo che le divisioni interne continuino a rappresentare una vulnerabilità sfruttabile da Stati Uniti, Israele e Paesi occidentali?

Secondo: La Ridefinizione dell’Architettura di Sicurezza del Golfo Persico

Un Iran rafforzato potrebbe emergere come attore dominante della regione, ridefinendo le proprie relazioni con i Paesi arabi vicini, in particolare quelli del Golfo.

Questi ultimi, scoraggiati o scioccati dall’incapacità degli Stati Uniti di proteggerli durante le fasi più intense dello scontro, potrebbero non avere altra scelta se non cercare un accomodamento diplomatico diretto con Teheran per proteggere le proprie infrastrutture.

La Domanda Fondamentale: Su quali basi si costruirebbe una futura convivenza regionale? E l’Iran sarebbe disposto a coesistere con Stati del Golfo che continuano a ospitare basi militari statunitensi e residui asset di intelligence israeliani?

Terzo: Il Collasso degli Accordi di Abramo

Il progetto di normalizzazione tra Israele e i Paesi arabi sotto l’egida degli Stati Uniti potrebbe subire un colpo devastante.

È importante ricordare che la normalizzazione era concepita come uno strumento per costruire un blocco israelo-arabo alternativo, destinato a contenere e sconfiggere l’Iran.

La guerra contro l’Iran ha dimostrato il contrario: la normalizzazione non ha dissuaso Teheran, ma ha trasformato i Paesi coinvolti in possibili bersagli di rappresaglia.

Ciò rende la normalizzazione sempre più irrilevante e rafforza la percezione di Israele come passività strategica piuttosto che come risorsa.

La Domanda Fondamentale: I Paesi arabi che hanno normalizzato i rapporti con Israele arriveranno a ridimensionare formalmente tali relazioni? E quale narrativa realistica potrà ancora utilizzare Washington per promuovere nuovi accordi di normalizzazione?

Quarto: Lo Spostamento dell’Equilibrio Politico in Libano

Se Israele sarà costretto a ritirarsi dal Libano, gli equilibri politici interni potrebbero cambiare drasticamente.

Sebbene Hezbollah difficilmente sfrutterà questi cambiamenti per vendicarsi dei propri avversari interni — coloro che hanno criticato il movimento durante quella che Hezbollah considera una guerra di liberazione — il vecchio status quo non resterà invariato.

L’Iran verrebbe ufficialmente riconosciuto come profondità strategica del Libano.

I Paesi arabi vicini al governo di Beirut potrebbero affrettarsi a raggiungere compromessi politici volti a preservare i propri alleati, senza subordinare i futuri accordi al disarmo della resistenza.

La Domanda Fondamentale: Se Israele accetterà un cessate il fuoco che lo costringerà a ritirarsi da tutto o dalla maggior parte del Libano, rispetterà quel confine in futuro? E in caso contrario, l’Iran tornerà a confrontarsi militarmente con Israele?

Quinto: La “Libanizzazione” dell’Alleanza Palestinese

Sentendosi tradite da tutti gli attori tradizionali, inclusa la comunità internazionale guidata dagli Stati Uniti e gran parte dei Paesi arabi e musulmani, le fazioni della resistenza palestinese, Hamas compresa, potrebbero rafforzare in modo permanente la loro alleanza strategica con l’Iran.

Se Teheran emergerà come potenza regionale capace di imporre nuove regole, questo riallineamento potrebbe significare — o almeno i palestinesi lo sperano — che l’Iran tratterà Gaza come il Libano meridionale, rispondendo direttamente contro Israele nel caso in cui riprenda il genocidio nella Striscia.

La Domanda Fondamentale: Ciò significherà che Hamas dovrà abbandonare completamente i propri tradizionali alleati diplomatici nella regione? Washington permetterà al Qatar e ad altri Paesi di continuare a ospitare la leadership del movimento qualora esso si avvicinasse ulteriormente a Teheran? E fino a che punto Israele si spingerà per mantenere la questione palestinese separata dalle proprie guerre contro Iran e Libano?

Un invito ai lettori

La guerra non è ancora finita.

Israele potrebbe intensificare ulteriormente l’escalation per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti strategici su molteplici fronti, aprendo nuovi punti di tensione interni, come un’accelerazione dell’annessione di ampie aree della Cisgiordania occupata o nuovi massacri a Gaza.

Una cosa, tuttavia, appare chiara: il Medio Oriente si trova sull’orlo di trasformazioni geopolitiche profonde e senza precedenti, destinate a lasciare il segno per decenni.

Qual è la vostra opinione su questo scenario in evoluzione? Come immaginate che si svilupperanno questi nuovi equilibri regionali e come rispondereste alle domande sollevate in questo articolo?

Invitiamo i lettori a condividere analisi, opinioni e commenti per contribuire ad approfondire questo importante dibattito.

- Ramzy Baroud is a journalist and the Editor of The Palestine Chronicle. He is the author of six books. His latest book, co-edited with Ilan Pappé, is “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out”. Dr. Baroud is a Non-resident Senior Research Fellow at the Center for Islam and Global Affairs (CIGA). His website is www.ramzybaroud.net

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