Ramzy Baroud ha scritto il libro che questo momento storico richiede. Ora spetta a noi leggerlo, condividerlo e unirci alla lunga lotta che esso illumina con tanta bellezza.
In Before the Flood, Ramzy Baroud non ha scritto semplicemente una memoria familiare, ma una testimonianza vivente dell’anima palestinese: un’opera che pulsa del sangue delle generazioni, del sale del Mediterraneo e della volontà indomabile di un popolo che si rifiuta di scomparire. Questo libro è molto più di un libro. È un atto di sfida, una forma letteraria di sumud che si impone come una delle più potenti denunce del colonialismo d’insediamento sionista e della complicità occidentale mai messe per iscritto. Attraverso tre generazioni, Baroud segue la famiglia al-Badrasawi dagli uliveti di Beit Daras ai campi profughi di Gaza, mostrando come invasione coloniale, occupazione e genocidio abbiano tentato — senza riuscirci — di cancellare la storia, la dignità e il futuro di un popolo.
Fin dalle prime pagine, la prosa di Baroud squarcia l’intorpidimento prodotto dai numeri e dalle statistiche che troppo spesso riducono i palestinesi a semplici astrazioni. «Non si può darsi coraggio se non lo si possiede già», scrive, citando Alessandro Manzoni. Il coraggio, come la resistenza stessa, non viene concesso dall’alto. Si forgia nella lunga marcia della storia, nella longue durée che gli storici francesi hanno saputo comprendere e che Baroud utilizza qui con straordinaria maestria. Questa non è una normale storia di famiglia. È la storia della Palestina.
Il libro si apre con la figura suggestiva di Madallah Abdulnabi, prozia di Baroud, il cui “compagno” — un jinn, una presenza spirituale — si manifesta presso il pozzo del villaggio. Quando suo padre Mohammed viene martirizzato, ritrovato tra le farfalle macaone nelle acque della valle di Beit Daras, Madallah perde la parola per mesi. Il suo dolore non è individuale; è collettivo. «I sogni continuavano», scrive Baroud, «confinati nel mondo dell’intangibile mentre le notizie si facevano sempre più cupe». Questa fusione tra il mistico e il brutalmente reale definisce il tono dell’intera narrazione: i palestinesi non si limitano a sopportare la storia, la portano nelle ossa, nei sogni e nella loro fede incrollabile.
Il figlio di Madallah, Abdallah, emerge come una figura monumentale di resilienza silenziosa. Costretto all’esilio durante la Nakba, diventa il “capofamiglia” in un’età in cui dovrebbe ancora essere un bambino. L’arrivo della famiglia nel campo profughi di Shati è descritto con una intimità devastante: «La famiglia al-Badrasawi finì per stabilirsi lì, in una piccola tenda, inizialmente con poche coperte usate e senza materassi». Baroud non romanticizza la povertà. Mostra senza filtri la lenta erosione della dignità sotto assedio — la fame, le malattie, l’umiliazione quotidiana — e al tempo stesso rivela come il sumud della famiglia riesca a trasformare la sofferenza in qualcosa di trascendente.
Uno dei fili narrativi più potenti del libro è la storia di Ehab al-Badrasawi, la cui vita diventa un ponte vivente tra la resistenza del passato e quella del presente. Dai graffiti rivoluzionari dipinti da ragazzo ai tunnel e alla partecipazione all’operazione Al-Aqsa Flood, Ehab incarna una catena ininterrotta di sfida e ribellione. Baroud racconta il suo ultimo combattimento con una chiarezza straziante:
«Ehab non si unì agli altri. Ricaricò con calma la sua arma e sparò ancora, colpendo un altro carro armato… “Allahu Akbar”, risuonò la sua voce nel quartiere deserto… Gettò via l’arma. Si tolse il cappotto verde e corse verso il blindato. “Dio è grande”, gridò un’ultima volta.»
Il martirio di Ehab non viene glorificato per se stesso. Viene presentato come l’esito inevitabile di una vita trascorsa nel rifiuto della sottomissione. In queste pagine Baroud compie qualcosa di raro: fa sentire al lettore il peso di ogni proiettile, di ogni bambino perduto, di ogni casa demolita. Il personale diventa profondamente politico senza mai perdere la sua dimensione umana.
Nella prefazione, Ilan Pappé definisce giustamente il libro un antidoto alla “narcosi dei numeri”. «Troppo spesso i numeri ci anestetizzano», scrive. Il genio di Baroud consiste nel restituire carne, respiro e anima a quelle statistiche. Decine di migliaia di palestinesi uccisi dal 2023. Intere famiglie cancellate. Ospedali ridotti in macerie. Bambini amputati senza anestesia. Baroud non permette al lettore di distogliere lo sguardo. Ci costringe a vedere la nonna che stringe il corpo senza vita del nipote, il padre che cerca i resti dei suoi figli, la madre che partorisce sotto assedio e dà alla figlia il nome di una zia martirizzata.
Particolarmente brillante è il modo in cui il libro affronta la longue durée storica. Baroud rifiuta la narrativa sionista che riduce la resistenza palestinese a “terrorismo” o a semplici pedine di potenze regionali. Al contrario, ricostruisce una continuità che va dall’antica resistenza contro Alessandro Magno fino a Izz al-Din al-Qassam e ai combattenti di oggi. «Batis può sembrare una nota marginale in questo libro», scrive, «ma in realtà, se si legge con attenzione, si scoprirà che è il personaggio centrale». Questa profondità storica smantella la menzogna secondo cui la resistenza palestinese sarebbe un fenomeno recente. Essa è antica quanto la terra stessa.
Ciò che rende Before the Flood una lettura imprescindibile nel 2026 è il suo confronto senza compromessi con il genocidio in corso. Baroud non attenua l’orrore. Documenta il deliberato attacco al personale medico — inclusa sua sorella, la dottoressa Soma Baroud — la distruzione sistematica di interi quartieri e la crudeltà di dirigenti israeliani che parlano apertamente di trasformare Gaza in una “Riviera” mentre i palestinesi sopravvivono nelle tende. I capitoli finali sembrano cronache provenienti dall’inferno, eppure sono attraversati da una speranza ostinata, quasi miracolosa.
«Il popolo palestinese conquisterà infine la propria libertà perché ha investito in una traiettoria di lungo periodo fatta di idee, memorie e aspirazioni collettive», scrive Baroud, «che spesso si traducono in spiritualità, o meglio, in una fede profonda e immutabile che si rafforza persino durante il genocidio».
Questa fede non è ingenua. È stata temprata nel fuoco di molte Nakba. Baroud mostra come ogni generazione — dal silenzio di Madallah all’ultima corsa di Ehab — aggiunga un nuovo strato al rifiuto collettivo della resa. I tunnel di Gaza non sono semplicemente infrastrutture militari; sono la manifestazione fisica di un popolo che ha imparato a sopravvivere sotto la superficie della violenza coloniale, attendendo il momento di riemergere.
La forza del libro risiede anche nella sua tenerezza. Baroud scrive dell’amore, della perdita e dei piccoli gesti della sopravvivenza quotidiana con straordinaria sensibilità. I dettagli apparentemente minimi — un bracciale d’oro, una jarrah portata sul capo, il profumo della baklava durante un matrimonio — restituiscono umanità a ciò che il mondo troppo spesso riduce a immagini di guerra. Quando Madallah perde la voce dopo il martirio del padre, sentiamo quel silenzio nella nostra stessa gola. Quando Asia cerca il corpo del figlio tra le macerie dopo un bombardamento israeliano, camminiamo accanto a lei.
Dopo anni di impegno nella solidarietà con la Palestina, riconosco nelle pagine di Baroud lo stesso spirito che anima i lavoratori portuali di Genova e Livorno quando bloccano le spedizioni di armi, che alimenta le mobilitazioni della Generazione Gaza a Roma e che sostiene il movimento globale BDS. Non si tratta di una solidarietà astratta. È il riconoscimento che la lotta degli al-Badrasawi è, in fondo, anche la nostra.
Before the Flood arriva in un momento cruciale. Mentre la guerra continua a devastare la regione e molti governi occidentali perseverano nella loro complicità, Baroud ci ricorda che la resistenza non è futile: è inevitabile. Il libro non si conclude nella disperazione, ma in una silenziosa e feroce affermazione dell’agency palestinese. «I palestinesi non sono vittime passive della storia», scrive, «ma, nel corso delle generazioni, ne sono diventati i protagonisti».
Ramzy Baroud ci ha donato un capolavoro. Before the Flood merita di essere collocato accanto alle grandi opere della letteratura palestinese, da Ghassan Kanafani a Mahmoud Darwish, e di raggiungere il pubblico più vasto possibile. È un libro che educa, indigna e ispira allo stesso tempo. Per chi si è assuefatto agli orrori quotidiani di Gaza, restituisce la capacità di sentire. Per chi è già impegnato nella solidarietà, rafforza la determinazione. Per il popolo palestinese, rappresenta un atto di amore profondo e di recupero della propria memoria storica.
Alla fine, Baroud compie ciò che soltanto i grandi scrittori sanno fare: rende universale ciò che è particolare. La famiglia al-Badrasawi diventa ogni famiglia palestinese. Il loro dolore, la loro resistenza e il loro sogno del ritorno diventano parte dell’eredità morale dell’umanità intera. Before the Flood non è soltanto il racconto della sopravvivenza di una famiglia. È una richiesta urgente che il mondo testimoni finalmente la verità — e agisca.
Non può esserci pace senza giustizia. Non può esserci futuro finché la Palestina rimarrà privata dei suoi diritti. Ramzy Baroud ha scritto il libro che questo momento storico richiede. Ora spetta a noi leggerlo, condividerlo e unirci alla lunga lotta che esso illumina con tanta forza e bellezza.

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