By Ramzy Baroud
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo che il suo popolo sceglierà, rendendo inutili le tradizionali previsioni politiche.
Durante un’incursione militare nella piccola città di Tell, a sud-ovest di Nablus, un atto di aperta sfida ha infranto l’illusione della totale sottomissione palestinese.
Di fronte a continue incursioni militari, alla confisca delle terre e alla violenza e alle intimidazioni dei coloni, gli abitanti e gli agricoltori del luogo hanno rifiutato di ritirarsi.
Nello scontro che ne è seguito, un palestinese ha disarmato un soldato israeliano e ha aperto il fuoco contro le forze d’invasione nei pressi dell’avamposto coloniale illegale di Havat Gilad, uccidendo due soldati e ferendone altri tre.
La risposta è stata quella ormai prevedibile e implacabile dell’occupazione: le forze israeliane e i coloni armati sostenuti dallo Stato hanno immediatamente lanciato una serie di raid contro Tell e le comunità vicine, uccidendo quattro palestinesi, incendiando abitazioni e trasformando edifici residenziali in centri di interrogatorio sul campo.
Nell’ambito di una rapida campagna di punizione collettiva, le truppe di occupazione israeliane hanno arrestato oltre 70 palestinesi — più di 40 dei quali nella sola Tell — mentre ampliavano le incursioni militari a Jenin, Tubas, Tulkarem, Ramallah, Hebron (Al-Khalil), Betlemme e Gerico.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato senza esitazione una «vasta operazione militare», mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha condannato senza mezzi termini gli attacchi congiunti dell’esercito e dei coloni, definendoli «pogrom contro civili indifesi» e ribadendo la richiesta di un embargo immediato sulle armi e di sanzioni commerciali contro Israele.
Per comprendere ciò che è accaduto a Tell, però, bisogna prima capire la pressione esplosiva che da tempo si accumula nella Cisgiordania occupata.
Il calcolo primitivo di Netanyahu
La risposta immediata di Netanyahu all’episodio di Tell non rappresenta una deviazione dalla sua politica, ma l’applicazione di una dottrina consolidata: trasformare ogni atto di resistenza palestinese, per quanto circoscritto, in un pretesto per accelerare l’appropriazione statale delle terre palestinesi.
Da decenni, l’apparato di sicurezza israeliano utilizza la resistenza locale come giustificazione per perseguire obiettivi demografici e territoriali di lunga data. Sotto l’attuale coalizione di estrema destra, questa strategia ha raggiunto livelli di rapidità e brutalità senza precedenti.
La portata della distruzione
Dall’ottobre 2023, mentre l’attenzione dei media internazionali si è concentrata soprattutto sugli orrori di Gaza, Israele ha esteso sistematicamente la propria offensiva in tutta la Cisgiordania occupata.
Oltre 1.090 palestinesi, tra cui almeno 239 bambini, sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni armati sostenuti dallo Stato.
Più di 6.800 palestinesi sono rimasti feriti da proiettili, schegge e aggressioni fisiche, mentre gli attacchi dei coloni rappresentano ormai una quota sempre maggiore delle lesioni subite dai civili.
Più di 10.000 palestinesi sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa delle demolizioni, delle violenze dei coloni e delle pesanti restrizioni alla libertà di movimento. Intere comunità beduine e rurali delle colline a sud di Hebron e della Valle del Giordano sono state progressivamente svuotate e sottoposte a una sistematica pulizia etnica.
Oltre 11.000 palestinesi sono stati arrestati durante raid notturni e sottoposti a detenzione amministrativa arbitraria, senza accuse né processo.
Sotto la guida del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, al quale è stata affidata l’autorità sulle questioni civili in Cisgiordania, il governo israeliano ha dichiarato decine di migliaia di dunum di terra palestinese come «terre dello Stato», realizzando la più ampia appropriazione territoriale continua dai tempi degli Accordi di Oslo. Parallelamente, decine di avamposti coloniali illegali sono stati retroattivamente legalizzati e migliaia di nuove unità abitative negli insediamenti sono state approvate.
La strategia dietro l’escalation
La campagna sistematica condotta da Israele in Cisgiordania risponde a tre obiettivi politici e militari ben precisi del governo Netanyahu.
Primo: impedire l’apertura di un secondo fronte
Israele ha compreso che una sollevazione organizzata e su larga scala della Cisgiordania, mentre il suo esercito è già impegnato in una lunga e devastante campagna genocidaria a Gaza, sarebbe estremamente difficile da contenere. Non essendo riuscito a sconfiggere la resistenza palestinese a Gaza nonostante la propria schiacciante superiorità militare, Israele ha scelto di esercitare una violenza preventiva in Cisgiordania nel tentativo di terrorizzare la popolazione e costringerla alla totale sottomissione.
Secondo: garantire la sopravvivenza politica di Netanyahu attraverso l’estrema destra
Per sopravvivere alle conseguenze politiche interne del 7 ottobre e al mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati della guerra, Netanyahu ha avuto bisogno di mantenere unita la propria coalizione. Per questo ha concesso ai ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir piena libertà di attuare il loro programma ideologico: espandere gli insediamenti illegali, annettere l’Area C, armare le milizie dei coloni e intensificare le incursioni e le modifiche dello status quo nel complesso della Moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme Est occupata.
Terzo: mascherare il fallimento attraverso una postura offensiva
Nel tentativo di non apparire come un leader impotente, intrappolato in una guerra di logoramento combattuta su più fronti, Netanyahu ha fatto ricorso a raid militari, attacchi con droni e incursioni di mezzi corazzati nei campi profughi della Cisgiordania — da Jenin e Tulkarem fino a Nablus — per proiettare verso il proprio elettorato di destra un’immagine di forza e controllo.
Il terrorismo dei coloni e il fallimento dell’Autorità Palestinese
Questa campagna di espansione sostenuta dallo Stato è stata facilitata da due fattori fondamentali.
Il paramilitarismo incontrollato dei coloni
Armate dal Ministero della Sicurezza Nazionale guidato da Itamar Ben-Gvir, le bande di coloni violenti sono ormai pienamente integrate nelle strutture paramilitari sostenute dallo Stato. Organizzano regolarmente veri e propri pogrom contro i villaggi palestinesi, incendiando case, distruggendo uliveti, rubando bestiame e sparando contro i civili, il tutto sotto la protezione diretta e spesso con la partecipazione dell’esercito israeliano.
La subordinazione e l’inazione dell’Autorità Palestinese
L’Autorità Palestinese ha completamente abbandonato il proprio dovere fondamentale di proteggere il suo popolo. Invece di elaborare una strategia nazionale di difesa o offrire almeno una guida simbolica contro il furto delle terre, le sue forze di sicurezza hanno continuato il coordinamento con l’occupazione.
L’Autorità Palestinese ha inoltre represso i gruppi della resistenza locale, confiscato armi e soffocato le manifestazioni popolari, agendo di fatto come un apparato amministrativo subappaltato per gestire la sottomissione della popolazione palestinese nell’interesse di Israele.
Perché le analisi dominanti falliscono
La maggior parte dei media e degli analisti politici interpreterà inevitabilmente l’attuale escalation attraverso il ristretto prisma della politica parlamentare israeliana. Si sosterrà che Netanyahu alimenta la violenza esclusivamente per consolidare il consenso dell’estrema destra, soddisfare Ben-Gvir e Smotrich e rafforzare la propria posizione rispetto agli avversari politici.
Le organizzazioni internazionali per i diritti umani continueranno a lanciare gli stessi avvertimenti, organizzazioni umanitarie come Medici Senza Frontiere denunceranno i raid contro strutture sanitarie come il Nablus Specialized Hospital e l’Unione Europea continuerà a rivolgere inefficaci appelli affinché «tutte le parti riducano l’escalation».
Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti continua a fornire a Israele miliardi di dollari in armamenti pesanti, rafforzando un ulteriore capitolo di una lunga storia di complicità.
Ciò che queste analisi continuano a non cogliere è la realtà dell’iniziativa palestinese.
I palestinesi vengono rappresentati come vittime passive, in attesa di un intervento internazionale o di cambiamenti politici a Tel Aviv e Washington. Ma quanto accaduto a Tell dimostra che uno status quo fatto di assedio permanente, umiliazione quotidiana ed espropriazione esistenziale non può durare indefinitamente.
La ribellione non è esplosa nel luogo previsto dagli analisti militari convenzionali. È nata in una piccola comunità agricola, tra persone che hanno deciso che reagire era ormai l’unica risposta possibile a una lenta e silenziosa annientazione.
La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo che il suo popolo sceglierà, rendendo inutili le tradizionali previsioni politiche.


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