Attingendo all’esperienza della lotta sudafricana contro l’apartheid, Ronnie Kasrils esamina in che modo la resistenza armata, la mobilitazione di massa, l’organizzazione clandestina e la solidarietà internazionale possano contribuire alla liberazione della Palestina.
“Oggi sono venuto portando un ramoscello d’ulivo e il fucile di un combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalla mia mano.” – Yasser Arafat, presidente dell’OLP, discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 13 novembre 1974
“Noi sudafricani non possiamo considerarci liberi finché la Palestina non sarà libera.” – Il presidente Nelson Mandela rivolgendosi a Yasser Arafat in Sudafrica, 1998
“Nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui restano soltanto due possibilità: sottomettersi o combattere. Quel momento è ormai giunto per il Sudafrica.” – Manifesto di Umkhonto we Sizwe (MK), braccio armato dell’ANC, 1961
Contesto storico
L’African National Congress (ANC) è il più antico movimento di liberazione dell’Africa, fondato nel 1912. Nacque per iniziativa di intellettuali e leader tradizionali, i cui antenati avevano resistito alla conquista coloniale olandese e britannica, opponendo lance e scudi alle armi moderne dal XVII secolo fino agli inizi del XX, quando furono infine sconfitti e spogliati delle loro terre. Nel 1910 i britannici affidarono il governo ai coloni bianchi, in qualità di partner subordinati. Nel tentativo di ottenere giustizia con mezzi nonviolenti, negli anni Cinquanta l’ANC si trasformò in un movimento radicale e di massa.
Questa trasformazione seguì la vittoria del più estremista tra i partiti bianchi, il National Party afrikaner, nelle elezioni del 1948 riservate ai soli bianchi. Il partito prometteva un sistema di apartheid fondato su una repressione coloniale ancora più brutale. La vittoria arrivò due settimane dopo la fondazione, nel maggio 1948, dello Stato coloniale d’insediamento di Israele, all’estremità opposta del continente africano. Dopo un decennio di crescente disobbedienza di massa guidata dall’ANC negli anni Cinquanta, il governo rispose con arresti su vasta scala e massacri, mettendo al bando sia l’ANC sia l’organizzazione rivale allora emergente, il Pan Africanist Congress (PAC).
L’anno seguente, l’ANC intraprese la lotta armata. Un percorso simile si può riconoscere in Palestina: la Nakba, la nascita nel 1959 di Fatah come risposta armata dall’esilio e la sua confluenza con altri gruppi nell’OLP nel 1969 (il Jihad Islamico fu fondato nel 1982 e Hamas nel 1987). Da allora, l’ANC e l’OLP, entrambi movimenti con base in esilio, strinsero solidi legami nella comune lotta contro sistemi coloniali d’insediamento. Ancor prima della liberazione del Sudafrica, l’ANC e l’OLP riconobbero l’uno nell’altra la medesima lotta fondamentale: quella di un popolo spossessato che rivendicava la propria terra, l’autodeterminazione e la libertà dal dominio.
Già nel 1978, il presidente dell’ANC Oliver Tambo definì la liberazione del Sudafrica e quella della Palestina “le lotte decisive della nostra epoca”. A succedergli fu poi Nelson Mandela, che nel 1998, da presidente di un Sudafrica democratico, pronunciò davanti a Yasser Arafat, durante un banchetto nel Sudafrica libero, la celebre frase: “Noi sudafricani non possiamo considerarci liberi finché la Palestina non sarà libera”. Mandela osservò inoltre che la lotta per la Palestina rappresentava “la questione morale del nostro tempo”.
In un momento in cui il popolo palestinese affronta la minaccia più grave alla propria esistenza, questa panoramica dell’esperienza sudafricana viene proposta insieme ad alcune riflessioni sul significato e sull’importanza cruciale della lotta armata, sugli obiettivi politici e sul legame fra tutte le forme di lotta – dalla protesta alla resistenza – nel cammino verso la vittoria. Queste sono le mie opinioni personali. Non pretendo affatto di essere una sorta di oracolo: esse si fondano semplicemente sulla mia esperienza e sulla mia comprensione.
Non intendono costituire un insegnamento didattico, ma rappresentano piuttosto il tentativo di trasmettere alcune lezioni della nostra lotta, che potranno essere considerate pertinenti o meno alla causa palestinese.
Mi hanno profondamente colpito le parole conclusive pronunciate da Ramzy Baroud al recente Congresso internazionale ebraico antisionista di Dublino (26-28 giugno): “È molto importante che i palestinesi – in particolare quelli di Gaza, ma tutti i palestinesi – vi dicano quali riteniamo siano oggi le nostre priorità”, ha affermato. “I palestinesi parlano di Tahrir – liberazione; Al-Awda – diritto al ritorno; e Muqawama – resistenza”.
Caratteristiche e differenze tra le due lotte
Il Sudafrica è un Paese immenso, mentre la Palestina, nella sua interezza, è estremamente piccola. Nessuno dei due possiede un territorio ideale per la guerriglia. La storia ha tuttavia dimostrato che questo limite, comune a molti Paesi, può essere superato. Come disse Amílcar Cabral a proposito del territorio pianeggiante della Guinea-Bissau, “le nostre montagne sono il nostro popolo”. All’inizio dell’epoca coloniale, entrambi i Paesi presentavano piccole comunità di coloni. Tuttavia, mentre alla fine del XX secolo la popolazione bianca del Sudafrica era arrivata al 10 per cento, pari a cinque milioni di persone, in Palestina/Israele la pulizia etnica e l’ingegneria demografica hanno prodotto una sostanziale parità tra ebrei e arabi, circa sette milioni per ciascun gruppo, senza contare i nove milioni di palestinesi sfollati.
I palestinesi conoscevano l’uso delle armi e avevano preso parte alla lotta armata già dal 1936, durante quella che viene chiamata la Grande Rivolta Araba (1936-39) contro il dominio britannico e i coloni sionisti. Le popolazioni indigene sudafricane, invece, non ebbero alcun accesso alle armi fino all’inizio della lotta armata, dal 1961 in poi, quando cominciarono a introdurle clandestinamente attraverso il confine.
I palestinesi hanno affrontato una repressione ancora più feroce – fino alla pulizia etnica di massa e all’orrendo genocidio cui assistiamo oggi – che dal 1947-48 configura una politica di genocidio incrementale, espressione utilizzata da anni dallo storico israeliano Ilan Pappé.
Entrambi i popoli oppressi possedevano una profonda coscienza politica e dimostravano un elevato grado di combattività e di disponibilità a resistere con ogni mezzo, talvolta spontaneamente. Lo svantaggio più grave per i palestinesi è che milioni di loro sono stati sfollati e condannati all’esilio.
Alle differenze demografiche si aggiungeva il fatto che il sistema economico sudafricano si fondava sullo sfruttamento della manodopera nera a basso costo. A imporlo era uno Stato di estrema brutalità, che non esitava a ricorrere ai massacri per tenere sotto controllo la popolazione nera, senza tuttavia arrivare al genocidio. Miniere, aziende agricole e fabbriche avevano bisogno di lavoratori. Nell’Israele sionista, invece, l’obiettivo perseguito fin dall’inizio era espellere o sterminare la popolazione indigena. Lo sviluppo industriale del Sudafrica vide la nascita di un proletariato nero, di potenti sindacati e di un partito comunista che divenne un saldo alleato dell’ANC. In Palestina le condizioni erano molto diverse.
Entrambi gli Stati coloniali d’insediamento condussero guerre nella regione. Quando l’apparato militare fallì, si produssero enormi cambiamenti nei rapporti di forza. Le South African Defence Forces (SADF) furono sconfitte in Angola nel 1987-88 dalle forze cubane intervenute a sostegno del governo dell’MPLA. Israele sta vivendo proprio un simile “momento” nella disastrosa avventura intrapresa insieme agli Stati Uniti nel tentativo di “annientare” l’Iran e Hezbollah in Libano.
Come nel caso del Sudafrica dell’apartheid, la reazione globale alla barbarie israeliana ha portato il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) a isolare il Paese. Il regime ha perso la battaglia delle idee e la sua falsa narrazione è stata screditata. Sta perdendo terreno anche negli Stati Uniti, dove l’influenza dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) si sta indebolendo e un numero crescente di giovani ebrei respinge il sionismo, all’interno di una popolazione più ampia che si orienta sempre più a favore della causa palestinese.
A differenza dei movimenti della resistenza palestinese, che hanno ricevuto dagli Stati arabi un sostegno discontinuo e talvolta hanno subito veri e propri tradimenti, l’ANC poté contare su un appoggio relativamente costante da parte degli Stati africani.
La demografia e l’arroganza razziale costituiscono un doppio tallone d’Achille per entrambi. Nessuno dei due Stati di apartheid poteva tollerare la perdita anche di pochi soldati. La lotta armata dimostrò che il nemico non era invincibile.
Nessuno dei due poteva sopravvivere a una guerra prolungata, né al crescente rifiuto dei giovani coscritti di prestare servizio. Nessuno dei due era capace di mostrare flessibilità: entrambi rimasero legati alla dottrina del pugno di ferro finché non fu troppo tardi. Grazie alle loro armi distruttive potevano vincere battaglie tattiche, ma non erano in grado di definire obiettivi strategici chiari. La tattica vince le battaglie. La strategia vince le guerre.
Entrambi gli Stati dovettero fare i conti con contraddizioni interne prodotte da sistemi ingiusti e con boicottaggi e sanzioni dall’esterno.
Entrambi i movimenti di liberazione adottarono elementi di una strategia che l’ANC definì i “Quattro pilastri”: la lotta di massa rafforzata dalla lotta armata; una rete clandestina; e la solidarietà internazionale. L’ANC riuscì a realizzare una fusione strategica. Questa strategia fu essenziale per la vittoria raggiunta dall’ANC entro il 1990, costringendo il regime dell’apartheid al tavolo dei negoziati e producendo la svolta che portò alle prime elezioni democratiche del 1994. Quelle elezioni trasferirono il potere politico nelle mani dell’ANC, anche se il potere economico si è rivelato molto più difficile da conquistare.
L’OLP, al contrario, fu trascinata nelle sabbie mobili degli Accordi di Oslo e in un interminabile interregno fondato sulla “soluzione dei due Stati”, con conseguenze disastrose.
Questo saggio si concentra sulla dottrina dei Quattro pilastri. Essa si sviluppò nel corso di trent’anni di lotta sanguinosa, tra avanzate e battute d’arresto, finché il movimento comprese come coordinare e fondere i diversi elementi, rendendo possibile la vittoria. Prima di esaminare questo risultato, è necessario considerare il difficile cammino che vi condusse. Ciò richiede una riflessione sulle caratteristiche del colonialismo d’insediamento e sulle condizioni nelle quali nacque la lotta armata. Esamineremo poi il processo attraverso il quale l’ANC elaborò la propria dottrina strategica e tattica e cristallizzò i Quattro pilastri della lotta.
Non fu un processo semplice: richiese molti anni e fu plasmato dalle lezioni apprese nella lotta concreta, durante la quale la dirigenza del movimento insegnò alle masse e, al tempo stesso, imparò da esse.
L’esperienza sudafricana appartiene a un passato recente. Quella palestinese è ancora in corso e la situazione appare oggi drammatica. Sebbene l’esito resti incerto, concordiamo con numerosi osservatori esperti nel ritenere che sia l’asse statunitense-sionista a trovarsi in una crisi profonda e insanabile.
La Palestina è nell’occhio di una tempesta regionale dalle ripercussioni globali ed è divenuta un elemento determinante della lotta contro un sistema imperialista instabile e sempre più pericoloso. Si tratta di parte integrante della lotta postcoloniale del Sud globale per costruire un futuro di autentica sovranità nazionale e sviluppo, libero dal controllo imperialista. Lo scontro generale di oggi, dall’Avana a Teheran e da Gerusalemme a Johannesburg, riguarda non soltanto la sovranità nazionale e il multilateralismo, ma anche l’egemonia regionale e globale e le manovre degli Stati Uniti, di Israele e della NATO contro Cina, Russia e Iran.
Il ricorso alle armi: l’alto costo della resistenza
Molti combattenti per la libertà hanno individuato parallelismi tra le lotte di liberazione della Palestina e del Sudafrica. I sudafricani che visitarono la Palestina osservarono che la repressione e i metodi impiegati erano di gran lunga peggiori di qualsiasi cosa avessero vissuto nel proprio Paese. E questo già prima dell’inferno genocida scatenato da Israele nell’ottobre 2023.
Gli Stati Uniti, il Paese più potente del mondo, insieme ai propri alleati sostennero il Sudafrica dell’apartheid, seppure senza farlo apertamente. Nel suo periodo di maggiore influenza, l’ONU sostenne i movimenti di liberazione della Palestina e del Sudafrica. Oggi, invece, un’ONU indebolita e deliberatamente minata dagli Stati Uniti sta abbandonando i palestinesi nel momento più critico. Eppure, proprio perché costituisce un’arena centrale di confronto, non può essere ignorata. Occorre trovare il modo di tradurre in azione, all’interno del Consiglio di Sicurezza, il sostegno schiacciante dell’Assemblea generale alla Palestina. È la stessa ONU presso la quale, nel 1974, Yasser Arafat pronunciò il suo storico discorso “Il fucile e il ramoscello d’ulivo”, in uniforme militare e con una pistola alla cintura, accolto da un’ovazione in piedi. Era la prima volta che il leader di un movimento di liberazione si rivolgeva all’Assemblea generale. Oggi una scena simile sarebbe quasi impensabile.
In quel periodo, durante l’ondata di indipendenze successiva alla Seconda guerra mondiale, l’ONU adottò una serie di risoluzioni che riconoscevano il diritto dei movimenti di liberazione a ricorrere a ogni forma di lotta, compresa quella armata, per conquistare la libertà. Il processo era iniziato con i movimenti dei Paesi sottoposti al colonialismo portoghese, per poi estendersi a quelli soggetti al dominio rhodesiano, comprendendo la Namibia e il Sudafrica e arrivando, nel 1974, al riconoscimento dei diritti palestinesi.
In qualsiasi dibattito sulla rilevanza della lotta armata, bisogna anzitutto considerare l’insieme delle circostanze che hanno condotto a quella decisione.
Un simile contesto nasce quando le masse non possono più accettare la repressione e si rifiutano di vivere in quelle condizioni. Ha allora inizio una lotta per rovesciare chi detiene il potere. La questione è se l’esito sarà il rovesciamento, la trasformazione o l’adattamento del vecchio sistema, oppure la sconfitta.
Non è certo la prima volta che la controinsurrezione imperialista sconfigge movimenti guerriglieri impegnati in una causa giusta. Molto dipende da condizioni oggettive che sfuggono al controllo delle persone e da condizioni soggettive, come la dedizione e la capacità di resistere di chi lotta per il cambiamento, la scelta di metodi adeguati e gli obiettivi della lotta.
In situazioni estreme di carneficina, la questione dell’opportunità di proseguire la lotta armata viene inevitabilmente sollevata. Che dire dell’altissimo prezzo della lotta? Il dibattito è necessario per valutare con attenzione il cammino da intraprendere ed evitare l’avventurismo. Nessuna lotta, tuttavia, può essere condotta senza rischi. Il coraggio e il sacrificio personale sono requisiti indispensabili. Persino lotte rigorosamente fondate su mezzi pacifici hanno portato al massacro di migliaia di persone. E che dire della necessità di disporre di armi per difendere un popolo sottoposto ad attacchi spietati, sferrati da un esercito regolare o da bande itineranti di criminali armati che scatenano pogrom e seminano terrore? È più che evidente che l’esigenza urgente e pienamente legittima della resistenza palestinese consiste nel trovare la capacità logistica necessaria a difendere il proprio popolo.
Quanto all’alto costo della resistenza: il popolo sovietico perse 27 milioni di persone nella guerra contro il nazismo; quello cinese ne perse 20 milioni nella guerra contro il Giappone; gli algerini persero un milione e mezzo di persone nella guerra contro la Francia; e altri milioni morirono nelle lotte di liberazione in Africa, Asia e America Latina. I palestinesi persero decine di migliaia di vite durante la Grande Rivolta Araba (1936-39) contro i britannici e le milizie sioniste. Dal 1948, decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi e 700.000 sono stati espulsi con la pulizia etnica. A questi si aggiungono i 73.000 palestinesi che, secondo le stime del ministero della Sanità di Gaza, sono stati massacrati nel genocidio nella Striscia tra l’ottobre 2023 e l’inizio del 2025, sebbene questa cifra rappresenti certamente una pesantissima sottostima.
I vietnamiti subirono perdite enormi nella loro lotta per la liberazione. Combatterono dapprima contro il dominio coloniale francese, sconfitto nel 1954. In seguito, dai primi anni Sessanta fino al 1975, combatterono contro l’invasione statunitense. Questa lotta epica ebbe un prezzo altissimo: si stima che furono uccisi quattro milioni di vietnamiti.
Interrogato su queste cifre, il leggendario generale vietnamita Võ Nguyên Giáp (1911-2012), maestro della guerriglia, rispose: “Avremmo continuato per cent’anni, indipendentemente dalle perdite, fino alla vittoria” (dichiarazione resa a giornalisti statunitensi nel 1995).
Il leader vietnamita Ho Chi Minh (1890-1969) spiegò così la ragione di quel sacrificio: “Per un popolo non vi è nulla di più prezioso della liberazione e dell’indipendenza”.
La repressione genera resistenza
È la repressione a reclutare attivisti che non temono la morte. La storia lo ha dimostrato innumerevoli volte. Nella loro arroganza, gli oppressori credono di poter intimidire le persone fino a costringerle alla sottomissione. Possono riuscirci temporaneamente con una parte della popolazione, ma mai con tutto il popolo e per sempre. Il sumud del popolo palestinese ne è un esempio straordinario. Questa fermezza non implica che si debbano respingere i metodi di lotta nonviolenti o le possibilità offerte dall’azione legale e diplomatica. Al contrario, è altamente auspicabile imparare a utilizzare tutte le opzioni disponibili.
Dall’inizio della conquista coloniale e dell’espropriazione delle terre, furono combattute eroiche guerre di resistenza con armi rudimentali, soffocate nel sangue dalla superiorità di fucili e cannoni. Quell’eredità continua ancora oggi a ispirare le lotte di liberazione nazionale e di classe.
Nell’epoca moderna, la lotta armata per la liberazione nazionale ha assunto la forma della guerriglia: un metodo di resistenza impiegato in uno scontro asimmetrico contro una potenza dotata di mezzi superiori, l’arma dei deboli contro i forti. Essa si è sviluppata all’interno di un più ampio quadro politico di liberazione. Tra queste due forme di lotta esiste un nesso intrinseco. L’oppressore, il colonizzatore o l’aggressore liquida qualsiasi forma di resistenza come sediziosa e quella armata come “terrorismo” comunista o islamista. In questo modo falsifica la narrazione politica e inganna l’opinione pubblica sulla vera natura delle lotte di liberazione nazionale. La lotta per la liberazione della Palestina dimostra in modo particolare come il colonialismo d’insediamento – analogamente al Sudafrica dell’apartheid – possa diventare, nella disperazione di garantire la propria sopravvivenza, assai più odioso e feroce di un’amministrazione coloniale governata dalla madrepatria, per quanto barbarica sia stata anche quella forma classica di colonialismo.
Esaminiamo dunque che cosa implichi l’espressione “colonialismo d’insediamento” e in che modo tali sistemi siano stati sconfitti.
Il colonialismo d’insediamento
I Paesi dell’Africa australe rappresentavano diverse varianti del colonialismo d’insediamento, nelle quali minoranze bianche di coloni dominavano maggioranze africane indigene, insieme a minoranze meticce o di origine asiatica. A metà degli anni Settanta, la popolazione nera africana costituiva circa l’82 per cento in Sudafrica, il 93 per cento in Rhodesia, l’88 per cento in Namibia, il 94 per cento in Angola e il 97 per cento in Mozambico. Angola e Mozambico erano governati direttamente da Lisbona come parti integranti dello Stato portoghese, amministrate da una potenza coloniale metropolitana senza un proprio governo locale di coloni. Rhodesia, Namibia e Sudafrica erano diversi: in ciascuno di questi casi, una minoranza bianca residente deteneva o esercitava il controllo effettivo sull’apparato statale, anziché essere amministrata da una lontana madrepatria.
Il Partito Comunista Sudafricano (SACP) definì specificamente il caso sudafricano “colonialismo di tipo speciale” (CST): a differenza del colonialismo classico, nel quale la madrepatria e la colonia sono geograficamente separate, in Sudafrica il potere colonizzatore e il territorio colonizzato occupavano lo stesso spazio, con colonizzatori e colonizzati che vivevano fianco a fianco all’interno di un unico Stato. Ciò comportava conseguenze sia per il carattere di classe della lotta, sia per la forma che avrebbe dovuto assumere l’eventuale liberazione nazionale. Sebbene il concetto di CST fosse stato coniato per il Sudafrica, la logica su cui si fondava – una minoranza di coloni che governava sul posto, invece di un’amministrazione coloniale lontana – presenta una certa rilevanza concettuale anche per Israele/Palestina.
Il Sudafrica era la più temibile potenza coloniale d’insediamento. Possedeva la più numerosa popolazione di coloni e l’economia più industrializzata, urbanizzata e sviluppata del continente, con forze di sicurezza poderose, una rete avanzata di trasporti e comunicazioni e intensi scambi commerciali con l’Europa e il Nord America.
La sua economia dipendeva strutturalmente dalla manodopera nera a basso costo, proveniente da una popolazione contadina senza terra che costituiva un esercito industriale di riserva permanente. Anche il territorio era in gran parte inadatto alla guerriglia rurale, benché le vaste township nere si sarebbero poi dimostrate basi ideali per la resistenza armata. La geografia aggravava ulteriormente la situazione: il Sudafrica era separato dall’Africa indipendente dalla distanza, da un cordon sanitaire di Stati cuscinetto e dai suoi profondi legami commerciali ed economici con l’Occidente. Mancavano inoltre quei confini contigui e amici sui quali potevano contare altri movimenti di liberazione. La Tanzania, divenuta indipendente come Tanganica nel 1962, e lo Zambia, indipendente dal 1966, erano entrambi molto lontani, rendendo estremamente difficile accedere all’addestramento militare all’estero, ai rifornimenti e a vie di transito sicure.
La situazione cambiò con l’indipendenza del Mozambico, dell’Angola e, infine, dello Zimbabwe, che offrì frontiere amiche e trasformò la posizione strategica dell’ANC, accerchiando lo Stato dell’apartheid all’interno di una nuova configurazione geopolitica. Torneremo in seguito sul modo in cui i Quattro pilastri della lotta modificarono i rapporti di forza.
La lotta palestinese affronta difficoltà geopolitiche diverse, ma per certi versi persino più formidabili: la natura e la portata di uno Stato coloniale d’insediamento israeliano pesantemente armato e impegnato in una trasformazione demografica e territoriale continua; l’immensa quantità di risorse che riceve dagli alleati occidentali, soprattutto dagli Stati Uniti; l’inaffidabilità e persino il tradimento degli Stati arabi confinanti; e un territorio piccolo e frammentato nel quale, a differenza del Sudafrica dell’apartheid, la manodopera palestinese è stata in larga misura esclusa dall’economia israeliana, anziché esservi incorporata strutturalmente.
Questo contribuisce a spiegare perché il genocidio sia il metodo privilegiato per liberarsi di una popolazione indesiderata e perché il sistema sudafricano dovesse limitare la portata dello sterminio, dal momento che l’economia necessitava della manodopera nera. Al suo apice, la popolazione bianca sudafricana contava cinque milioni di persone, poco meno del 10 per cento della popolazione complessiva. I sette milioni di ebrei israeliani, a fronte di un numero analogo di palestinesi presenti in Israele e nei Territori palestinesi occupati, riflettono l’estensione del potere e della base sociale del colonialismo d’insediamento, risultato della pulizia etnica e del genocidio.
In Algeria, è significativo che il rapporto tra algerini indigeni e coloni francesi fosse di dieci a uno su una popolazione di poco superiore ai dieci milioni nel 1962. La politica dell’FLN accettava la permanenza dei coloni sulla base dell’uguaglianza, ma questi fuggirono in Francia temendo le conseguenze dei crimini commessi. In Israele cominciano a manifestarsi i primi segnali di una reazione analoga, mentre i coloni abbandonano una nave che affonda. Al contrario, il fatto che i palestinesi resistano nelle condizioni più terribili nella Gaza assediata e in Cisgiordania testimonia il loro amore per una terra nella quale affondano le proprie radici.
Demografia del colonialismo d’insediamento: superficie territoriale e rapporti tra le popolazioni
Confronto tra superficie territoriale e quota della popolazione di coloni al momento dell’indipendenza e oggi, in sei territori coloniali d’insediamento e in Israele/Palestina.
| Territorio | Superficie | Quota di coloni all’indipendenza | Quota di coloni oggi |
| Sudafrica | 1.221.000 km² | ~12% (1994) | ~7% (2022) |
| Zimbabwe | 391.000 km² | ~3% (1980) | <1% (2022) |
| Namibia | 824.000 km² | ~7% (1990) | ~2% (2023) |
| Angola | 1.247.000 km² | ~6% (1975) | ~1% |
| Mozambico | 802.000 km² | ~3% (1975) | <1% |
| Algeria | 2.382.000 km² | ~11% (1962) | ~0% |
| Israele/Palestina | 27.000 km² (Palestina storica) | ~32% (1948) | ~50% (2025) |
Le cifre sono approssimative e provengono da censimenti nazionali e coloniali caratterizzati da diversi gradi di attendibilità. Il dato odierno relativo a Israele/Palestina riflette la parità demografica nell’intera Palestina storica indicata dall’Ufficio centrale palestinese di statistica (PCBS); le fonti israeliane calcolano le quote demografiche in modo differente a seconda dei confini presi in considerazione. Si vedano le note sulle fonti riportate di seguito.
Sia lo Stato israeliano sia quello sudafricano dell’apartheid nacquero mentre l’epoca coloniale volgeva al termine. Il sionismo riuscì ad affermarsi presentandosi come il prodotto di una lotta di liberazione “nazionale” contro la Gran Bretagna. Ciò avvenne mentre, nel 1910, Londra consegnava di fatto il potere politico ai coloni bianchi del Sudafrica, dopo la vittoria dell’Impero nella guerra anglo-boera (1899-1902). La Dichiarazione Balfour preparò la strada alla creazione di uno Stato ebraico e la Gran Bretagna utilizzò il progetto sionista per perseguire i propri interessi imperiali. Prima della liberazione del Sudafrica e dell’avvio del processo democratico nel 1994, le lotte dei movimenti di liberazione sudafricano e palestinese procedettero parallelamente, a partire da una storia comune di dominio britannico e insediamento coloniale poi trasformatasi in regime di apartheid.
L’ANC ebbe il vantaggio di vedere il proprio processo di liberazione svilupparsi e giungere al successo nell’epoca successiva alla Seconda guerra mondiale, quando i movimenti indipendentisti erano in ascesa, il sistema coloniale stava crollando ed esisteva un potente blocco socialista guidato dall’Unione Sovietica. Anche l’OLP acquistò rilievo in quel periodo.
L’importanza di Israele per gli Stati Uniti aumentò sensibilmente, trasformando il Paese in un alleato chiave di enorme valore strategico.[1] Il valore regionale di Israele per gli interessi imperiali occidentali è molto superiore a quello di una potenza medio-piccola come il Sudafrica. Persino la rotta marittima del Capo, per quanto importante per il commercio internazionale, non costituisce un punto di strozzatura come il Canale di Suez, il Mar Rosso o lo Stretto di Hormuz. Il Sudafrica rappresenta una spina nel fianco per gli Stati Uniti – e soprattutto per Donald Trump – a causa della sua politica estera indipendente, delle dure critiche rivolte a Israele e dell’audacia dimostrata nel portare davanti alla Corte internazionale di giustizia il crimine dei crimini commesso da Israele: il genocidio.
Sudafrica: dalla resistenza nonviolenta alla lotta armata
Per diversi anni dopo la sua fondazione nel 1912, l’ANC, il cui obiettivo era unire la popolazione africana indigena, perseguì i propri scopi attraverso mezzi moderati, come petizioni alle autorità e delegazioni inviate a Londra presso il sovrano britannico, poiché il Sudafrica aveva lo status di dominion e faceva parte del Commonwealth. Il ricorso alla nonviolenza non derivava tanto da un pacifismo di principio quanto da una valutazione strategica: i leader africani dell’epoca avevano concluso che la schiacciante potenza militare dell’Impero britannico e dei coloni bianchi – ai quali nel 1910 era stata concessa l’indipendenza – rendeva impossibile uno scontro armato condotto con armi rudimentali. La brutale repressione della rivolta di Bambatha del 1906 aveva impartito una lezione inequivocabile.
La generazione che fondò l’ANC si impegnò a utilizzare metodi nonviolenti, sebbene già nel 1919, dopo il famigerato Land Act del 1913, fosse esplosa un’ondata di resistenza violenta. Quella legge privò la popolazione africana indigena del diritto di possedere terre in tutto il Sudafrica, con l’eccezione di appena il 13 per cento del territorio. Salvo quando era necessaria a soddisfare il fabbisogno di manodopera degli agricoltori bianchi, dei proprietari di miniere e fabbriche e dei servizi più umili nelle città bianche, la popolazione indigena considerata “in eccesso” veniva confinata, secondo l’appartenenza etnica, in remote “riserve native”, analoghe a quelle degli Stati Uniti e del Canada, poi trasformate nei bantustan. Fin dall’epoca del dominio britannico, le autorità introdussero severe pass laws, leggi che imponevano dettagliati documenti d’identità per controllare gli spostamenti dei neri tra città e campagne.
L’ANC progredì lentamente. Tra gli anni Venti e Quaranta, in una fase di scarsa attività dell’organizzazione, una vigorosa resistenza nacque dall’azione dei comunisti, dei sindacati e di altre organizzazioni della società civile, alle quali si aggiunsero in seguito gruppi religiosi. L’emergere, nei primi anni Quaranta, dei “giovani turchi” della Lega giovanile dell’ANC – tra i quali Mandela, Tambo e Sisulu – trasformò l’organizzazione e, successivamente, la natura stessa della lotta.
Lo sviluppo del Paese lungo linee di classe e di colore produsse due fratture profonde che attraversavano ogni aspetto della vita: i comunisti rappresentavano la lotta di classe e i nazionalisti africani quella per l’indipendenza nazionale. La convergenza di questi due filoni diede origine a un potente movimento di liberazione nazionale. Comunisti e nazionalisti africani divennero stretti alleati.
Era un periodo in cui gli effetti della Seconda guerra mondiale si facevano sentire sui popoli colonizzati dall’Africa all’Asia, ispirati dalla retorica della libertà e dall’indebolimento degli imperi britannico e francese. Le pressioni economiche aggravavano l’oppressione e lo sfruttamento.
I leader della Lega giovanile assunsero il controllo dell’ANC e lo trasformarono in un movimento di massa, capace di accrescere la consapevolezza, rivendicare pari diritti e costruire alleanze con comunisti, sindacalisti e organizzazioni rappresentative delle comunità non bianche. Particolarmente significativa fu la Campagna di sfida contro le leggi ingiuste, guidata dall’ANC nel 1953, che portò all’incarcerazione di molte persone. Seguì, nel 1955, l’adozione della Carta della Libertà, al termine di una mobilitazione capillare in tutto il Paese per raccogliere le proposte relative al tipo di società auspicato dalla maggioranza privata del diritto di voto. L’anno successivo, 157 dirigenti della campagna furono arrestati e accusati di tradimento in un processo che si protrasse fino al 1961, quando l’impianto accusatorio dello Stato crollò.
Quel lunghissimo processo consolidò le alleanze in formazione e offrì agli imputati molto tempo per discutere e confrontarsi sui metodi di lotta e su un percorso comune contro un nemico comune. Di fatto, il processo divenne una scuola di liberazione.
Tutto ciò avveniva sullo sfondo di una crescente agitazione: la rivolta delle donne rurali contro le pass laws negli anni Cinquanta, la rivolta del Pondoland contro il Bantu Authorities Act,[2] gli scioperi operai, che spesso sfociavano nella violenza, e le azioni di sabotaggio compiute da giovani radicali dell’ANC e del SACP.
Il massacro di Sharpeville del 21 marzo 1960 rappresentò una svolta nella tormentata storia del Sudafrica. Agenti nervosi e dal grilletto facile aprirono il fuoco contro manifestanti disarmati durante una protesta contro le pass laws organizzata dal Pan Africanist Congress (PAC), una corrente separatasi dall’ANC l’anno precedente: uccisero 69 persone e ne ferirono più di 200, colpendole perlopiù alla schiena. Al massacro seguirono lo stato di emergenza, arresti di massa e la messa al bando dell’ANC e del PAC; il Partito comunista era già stato vietato nel 1950. Con ogni spazio di attività politica legale ormai chiuso, alcuni dirigenti dell’ANC e del Partito Comunista Sudafricano cominciarono a discutere clandestinamente il ricorso alla lotta armata. Da queste discussioni nacque Umkhonto we Sizwe (MK), la Lancia della Nazione.
Il manifesto fondativo di MK, diffuso mentre i gruppi di sabotatori conducevano le prime operazioni il 16 dicembre 1961, proclamava:
Nella vita di ogni nazione arriva un momento in cui restano soltanto due possibilità: sottomettersi o combattere. Quel momento è ormai giunto per il Sudafrica. Non ci sottometteremo e non abbiamo altra scelta se non quella di rispondere con tutti i mezzi in nostro potere, in difesa del nostro popolo, del nostro futuro e della nostra libertà. Il governo ha interpretato il carattere pacifico del movimento come debolezza; le politiche nonviolente del popolo sono state considerate un via libera alla violenza governativa. Il rifiuto di ricorrere alla forza è stato interpretato dal governo come un invito a usare la forza armata contro il popolo senza alcun timore di rappresaglie. I metodi di Umkhonto we Sizwe segnano una rottura con quel passato.
La dichiarazione spiegava perché il movimento di liberazione, che comprendeva tutti i neri, le persone di colore e i bianchi democratici, avesse intrapreso questa nuova forma di lotta e attribuiva al regime la responsabilità della violenza. Sottolineava inoltre che il ricorso alle armi aveva l’obiettivo politico fondamentale di scongiurare lo scivolamento verso la guerra civile attraverso un accordo capace di garantire piena uguaglianza e democrazia per tutti:
Noi di Umkhonto we Sizwe abbiamo sempre cercato – come ha fatto il movimento di liberazione – di conquistare la libertà senza spargimenti di sangue e scontri civili. Continuiamo a perseguire questo obiettivo. Speriamo – persino a quest’ora così tarda – che le nostre prime azioni inducano tutti a prendere coscienza della situazione disastrosa verso la quale conduce la politica nazionalista. Speriamo di riportare alla ragione il governo e i suoi sostenitori prima che sia troppo tardi…
Nel suo resoconto delle deliberazioni che portarono alla fondazione di MK, Nelson Mandela scrive che il movimento prese in esame quattro forme di lotta armata: sabotaggio, guerriglia, terrorismo e rivoluzione aperta. I dirigenti di MK scelsero il sabotaggio come passaggio verso la guerriglia e respinsero il terrorismo. Alla società bianca rivolsero l’avvertimento che la scelta era tra la guerra civile e una transizione negoziata verso una società democratica. L’ANC non era legato alla violenza per principio, ma la considerava una tattica funzionale al conseguimento di un obiettivo strategico: realizzare i fini della Carta della Libertà, che delineava i requisiti e il carattere di un Sudafrica democratico appartenente “a tutti coloro che vi abitano”.
Il riconoscimento dell’ONU del diritto alla lotta armata
Il diritto alla lotta armata anticoloniale non fu riconosciuto per la prima volta nel caso del Sudafrica: l’ANC e MK ereditarono una norma già in via di formazione. Il punto di partenza furono i territori portoghesi. Nel 1960, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite stabilì il principio generale dell’autodeterminazione, senza tuttavia affrontare ancora la questione dei mezzi. Il passo più decisivo arrivò nel dicembre 1965, quando l’Assemblea generale riconobbe la legittimità della lotta dei popoli sottoposti al dominio coloniale e invitò gli Stati membri a fornire assistenza materiale e morale ai movimenti di liberazione nazionale. Fu allora che l’ONU passò dal riconoscere la decolonizzazione come obiettivo al sostenere i movimenti che la perseguivano con la forza. Nello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza si mosse parallelamente, condannando la repressione militare portoghese in Africa.
Nel 1970, l’Assemblea generale rese il linguaggio ancora più esplicito, approvando il ricorso a “tutti i mezzi necessari”. Nei primi anni Settanta, questa formula maturò nel pieno riconoscimento istituzionale dell’MPLA in Angola, del PAIGC in Guinea-Bissau e Capo Verde e del FRELIMO in Mozambico come autentici rappresentanti dei rispettivi popoli, sulla base del precedente riconoscimento accordato a quei movimenti dall’Organizzazione dell’Unità Africana.[3] Il I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977, che estese la protezione riservata ai prigionieri di guerra ai combattenti impegnati contro il dominio coloniale, l’occupazione straniera e i regimi razzisti, fu adottato soltanto dopo che le colonie portoghesi avevano conquistato l’indipendenza nel 1974-75, mentre le lotte sudafricana e rhodesiana erano ancora in corso.[4]
Fu in questa architettura normativa, ormai in via di consolidamento, che si inserirono l’ANC e il PAC quando intrapresero la lotta armata nei primi anni Sessanta; in seguito essa avrebbe incluso anche Sudafrica, Namibia e Palestina. Rivolgendosi all’Assemblea il 13 novembre 1974, il presidente dell’OLP Yasser Arafat pronunciò la frase che avrebbe definito uno storico discorso: “Vi chiedo di permettere al nostro popolo di instaurare una sovranità nazionale indipendente sulla propria terra. Oggi sono venuto portando un ramoscello d’ulivo e il fucile di un combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalla mia mano. Lo ripeto: non lasciate che il ramoscello d’ulivo cada dalla mia mano. La guerra divampa in Palestina, eppure è in Palestina che nascerà la pace”.[5]
Strategia e tattica
Individuare la strategia e la tattica corrette è l’essenza di qualsiasi lotta per il cambiamento, ma trovare il giusto equilibrio non è mai semplice. La strategia riguarda il quadro generale: gli obiettivi a lungo termine e la direzione complessiva. La tattica riguarda il modo per raggiungerli: il programma d’azione, i metodi e le battaglie lungo il percorso. Come recita un noto principio: se la strategia è sbagliata, una buona tattica non può portare alla vittoria; se la tattica è inadeguata, una buona strategia fallirà.
La storia ne offre ripetute conferme. La Blitzkrieg, la “guerra lampo” di Hitler contro la Russia, ossia l’Unione Sovietica, che egli sosteneva di poter vincere in sei settimane, divenne una guerra prolungata nella quale l’iniziativa strategica passò all’Armata Rossa. Le guerre coloniali del Portogallo in Africa lo lasciarono esausto; la potenza francese fu spezzata in Algeria e in Vietnam; e gli Stati Uniti, dal Vietnam all’Afghanistan e, più di recente, al fianco di Israele in Iran e nella regione, hanno ripetutamente sbagliato i propri calcoli pur disponendo delle armi più avanzate.
È per questa ragione che il leggendario generale vietnamita Võ Nguyên Giáp – che sconfisse i francesi a Dien Bien Phu nel 1954 e respinse l’invasione statunitense entro il 1975 – descrisse la guerriglia condotta come giusta guerra di liberazione come un’arma più potente della bomba atomica. La tattica vince le battaglie; la strategia vince le guerre. Una lezione altrettanto evidente oggi nella povertà strategica rivelata dalle “guerre senza fine” di Israele, che coinvolgono Gaza, la Cisgiordania, il Libano, lo Yemen, l’Iraq e l’Iran.
Il presidente dell’ANC Oliver Tambo lo espresse con la massima chiarezza nel 1983. La lotta armata, affermò, “non concepisce la violenza come un fine in sé… È una lotta continua che comprende il ricorso alla violenza, ma anche l’azione politica”. A quel punto, l’ANC aveva accumulato una dura esperienza in condizioni sfavorevoli.
Eppure, anche quando le condizioni divennero più favorevoli – con l’indipendenza del Mozambico e dell’Angola nel 1975 e poi dello Zimbabwe nel 1980, e con la convergenza tra la crescente coscienza nera, la rivolta di Soweto del 1976 e le ondate di scioperi che attraversarono la Namibia nel 1973 e il Sudafrica nel 1974 – le difficoltà organizzative persistettero. Nonostante un numero crescente di reclute e una solida infrastruttura di addestramento in Angola, l’ANC faticava ad allineare metodi e tattiche a una strategia che, in linea di principio, restava corretta. Il miglioramento avvenne attraverso un processo di apprendimento: soltanto intorno al 1985 l’ANC riuscì a fondere i diversi metodi di lotta nella strategia generale dei Quattro pilastri.
Ciò che distingue il caso sudafricano non è tanto il ricorso alla lotta armata, quanto il difficile processo, durato anni, necessario a mantenere la dimensione militare subordinata a quella politica. Dopo la costituzione di MK e la prima campagna di sabotaggi, cominciò il reclutamento di quadri da addestrare all’estero, affidato a una rete clandestina ancora embrionale e a rotte segrete verso nord, fino a Dar es Salaam, dove l’ANC ottenne una rappresentanza ufficiale. I primi addestramenti si svolsero in Etiopia, in Egitto e in Marocco con l’FLN algerino – Mandela si addestrò sia in Etiopia sia in Marocco – mentre la formazione dei dirigenti in Cina fu interrotta dalla frattura sino-sovietica.
L’Unione Sovietica divenne il principale punto di riferimento per l’addestramento e la fornitura di armi, affiancata dalla Repubblica Democratica Tedesca e, in modo particolarmente importante per la ricchezza della sua esperienza, da Cuba. La qualità della formazione migliorò man mano che i Paesi ospitanti acquisivano familiarità con le esigenze specifiche dell’ANC: teoria politica, guerriglia e metodi di organizzazione clandestina. Particolarmente rilevante fu l’insegnamento sovietico del concetto di “lavoro militare di combattimento” (MCW), che univa l’organizzazione clandestina – compresa l’attività all’interno delle file nemiche – alla lotta armata. Proprio quando erano stati conclusi gli accordi per l’addestramento in Libano di alcuni quadri di MK presso l’OLP, nel 1982 la dirigenza palestinese fu costretta a trasferirsi in Tunisia.
I primi tentativi di far rientrare i quadri addestrati nelle strutture clandestine si conclusero in modo catastrofico: le forze di sicurezza catturarono Mandela e i massimi dirigenti, insieme a migliaia di militanti di base, distruggendo quasi completamente l’organizzazione interna. Soltanto la sopravvivenza di una dirigenza esterna ormai matura e dei quadri in addestramento all’estero preservò il movimento. Fallì anche un importante tentativo di aprirsi combattendo una via di ritorno attraverso lo Zimbabwe: la campagna di Wankie del 1967-68, nella quale MK si unì alle forze dello ZIPRA. L’ANC precipitò così in una crisi di fiducia.
La Conferenza di Morogoro del 1969, in Tanzania, affrontò direttamente il problema, adottando un documento su Strategia e tattica che respingeva “tutte le manifestazioni di militarismo” capaci di separare “la lotta armata del popolo dal suo contesto politico”. La sua risoluzione centrale non ha perso nulla della propria forza: “Il primato della direzione politica è indiscusso e assoluto e tutte le formazioni e tutti i livelli rivoluzionari… sono subordinati a tale direzione… la sfida armata del popolo contro un nemico dotato di una formidabile forza materiale non consegue risultati eclatanti e rapidi”.[6]
L’applicazione pratica rimase molto indietro rispetto ai principi. Il Libro verde del 1979 – il rapporto della Commissione per la strategia politico-militare al Comitato esecutivo nazionale dell’ANC, redatto dopo la visita in Vietnam di una delegazione guidata da Tambo – rilevò che nelle aree avanzate “la separazione tra pianificazione e attività politica e militare è diventata, nel complesso, pressoché totale”, con persino i dipartimenti militari specializzati operanti in relativo isolamento gli uni dagli altri.
La creazione, nel 1983, del Comando politico-militare fu una risposta diretta al problema. Essa consentì alle strutture clandestine interne di operare come veri canali di mobilitazione politica, anziché come semplice sostegno logistico per l’infiltrazione dei combattenti. La dottrina fondamentale del Libro verde sosteneva che la lotta armata non fosse una questione puramente militare: doveva nascere dal sostegno politico delle masse e rimanervi radicata. In ogni fase, l’azione militare doveva essere subordinata alla costruzione della mobilitazione politica, mentre l’equilibrio tra dimensione politica e militare doveva essere continuamente rivalutato alla luce delle condizioni concrete, invece di essere fissato in una formula immutabile.
La progettazione assegnava un ruolo centrale a un esercito di liberazione nazionale fondato su retrovie popolari interne, sempre però sotto la direzione dell’avanguardia politica. Elaborato dopo la rivolta di Soweto del 1976, il Libro verde prefigurava “una guerra popolare prolungata, nella quale le insurrezioni parziali e generali svolgeranno un ruolo vitale”, anziché un’unica presa insurrezionale del potere. Questa visione venne poi sviluppata nei Quattro pilastri della lotta – azione di massa, lotta armata, organizzazione clandestina e mobilitazione internazionale – la cui dinamica combinata fu definita “il popolo in movimento politico”.
Furono i vietnamiti ad aiutare l’ANC a imboccare con decisione questa strada. La delegazione già menzionata comprendeva Joe Slovo, Moses Mabhida, Joe Modise e altri dirigenti. Alla fine del 1979 si recarono in Vietnam, dove il generale Giáp, dopo aver ascoltato la loro relazione, osservò che il movimento doveva imparare a camminare su due gambe: quella politica e quella militare. Come avrebbe poi riconosciuto lo stesso ANC, la lotta armata da sola non poteva costituire una strategia complessiva. Per un certo periodo, il movimento aveva finito per considerarla una strategia anziché una tattica tra le altre: una distorsione prodotta dall’esilio e dalla separazione dalle masse.
Soltanto riconoscendo la crescita della lotta di massa all’interno del Paese – il movimento degli scioperi e i sindacati non riconosciuti degli anni Settanta, le organizzazioni civiche degli anni Ottanta, il nascente United Democratic Front (UDF) e il Congress of South African Trade Unions (Cosatu) – l’ANC riuscì ad applicare pienamente la lezione vietnamita della “guerra popolare”: la lotta armata deve ispirare e rafforzare la lotta politica di massa, non sostituirsi a essa. Le strutture clandestine, la propaganda e la solidarietà internazionale dovevano essere intrecciate in un’unica strategia, nella quale ciascun elemento rafforzasse gli altri, anziché rimanere compartimenti separati.
Questa fusione, realizzata negli anni Ottanta durante il periodo delle rivolte di massa e dell’intensificazione delle operazioni di MK, condusse il movimento alla svolta democratica del 1990-94: la revoca dei divieti imposti alle organizzazioni, la liberazione dei prigionieri, l’amnistia per gli esiliati, i negoziati e la decisiva vittoria elettorale dell’ANC nel 1994.
In quegli anni, la crescente capacità di MK portò il numero delle operazioni militari dalle venti del 1980 alle 270 del 1988. Il dato reale era molto più elevato, poiché numerose operazioni non vennero registrate. Vi furono inoltre attacchi spontanei compiuti da attivisti a livello di massa, con bottiglie molotov e talvolta armi da fuoco negli scontri con la polizia e l’esercito, nonché incendi di edifici governativi nelle township. Queste azioni non comparivano nei registri operativi di MK.
Tra le operazioni più spettacolari vi furono gli attacchi contro stazioni di polizia e postazioni militari; l’attentato del 1980 alla raffineria petrolifera Sasol; l’attacco missilistico del 1981 alla principale base delle SADF nei pressi di Pretoria; l’attentato del 1982 alla centrale nucleare di Koeberg, poche settimane prima che entrasse in funzione; il clamoroso attentato con autobomba del 1983 contro il quartier generale dell’aeronautica a Pretoria; gli attacchi alle linee ferroviarie e alla rete elettrica; e l’eliminazione di collaborazionisti e informatori.
Queste operazioni avevano un enorme valore propagandistico: dimostravano la capacità d’azione del movimento, alimentavano la fiducia della base di massa sottoposta a una repressione durissima e diffondevano la paura all’interno della comunità bianca.
Non si pensò mai che la lotta armata, da sola, potesse abbattere il regime dell’apartheid, tanto meno sconfiggerne l’apparato militare. Fu la convergenza dei Quattro pilastri a rendere il Paese ingovernabile dall’interno, ad aggiungere la pressione delle sanzioni esterne e a costringere un regime indebolito a negoziare per sottrarsi alla sconfitta totale. La disfatta delle SADF in Angola ebbe conseguenze immense. La situazione internazionale, con tutta la sua imprevedibilità, può produrre cambiamenti inattesi, allora come oggi. Per l’Occidente e i grandi interessi economici sudafricani, la caduta del Muro di Berlino e un’Unione Sovietica ormai prossima all’implosione significavano che l’ANC avrebbe rappresentato una minaccia molto minore se fosse stato portato al tavolo dei negoziati. L’ANC aveva previsto simili sviluppi ed era ben preparato, al punto da ottenere, attraverso la Dichiarazione di Harare, il sostegno degli Stati africani alla propria impostazione negoziale con Pretoria.
I Quattro pilastri della lotta
Nella dichiarazione dell’ANC dell’8 gennaio 1987, il presidente OR Tambo illustrò la natura plurifronte della lotta di liberazione e spiegò che “l’esperienza ci ha insegnato che la liberazione non può essere conquistata con un solo metodo”. Proseguì:
Primo: la lotta politica di massa all’interno del Paese, che coinvolge milioni di persone nelle township, nelle fabbriche, nelle aziende agricole e nelle scuole. Questo è il pilastro principale. Attraverso scioperi, boicottaggi e campagne di massa rendiamo il Paese ingovernabile.
La chiarezza sul modo di condurre la lotta armata, dopo molti anni difficili e un processo di apprendimento segnato da arretramenti e progressi, emerse tuttavia in seguito alla visita in Vietnam compiuta nel 1979 dai dirigenti dell’ANC.
Secondo: la lotta armata condotta da Umkhonto we Sizwe, che colpisce i centri nevralgici economici e militari dello Stato dell’apartheid. Essa accresce il costo necessario a mantenere in vita l’apartheid.
Terzo: l’organizzazione clandestina dell’ANC, che collega la lotta di massa a quella armata e garantisce la direzione politica in condizioni di repressione.
Quarto: la campagna internazionale per isolare politicamente, economicamente, culturalmente e militarmente il regime dell’apartheid. Le sanzioni e la solidarietà sono armi della lotta.
L’avanzata su tutti e quattro i fronti è essenziale. La debolezza di uno qualsiasi di essi indebolisce gli altri. Il nemico deve avvertire contemporaneamente la pressione proveniente da ogni direzione. Sarà questa pressione combinata a portare il regime dell’apartheid al tavolo dei negoziati.
Tambo codificò ciò che l’ANC aveva applicato gradualmente per quasi trent’anni, costruendo una fusione coordinata dei diversi metodi di lotta in un’unica strategia dal fine chiaramente definito: uno Stato unitario, non razziale e democratico, appartenente a tutto il suo popolo. Non si trattava soltanto di enunciare la strategia sul piano teorico, ma di applicarla nella pratica. Il concetto era stato elaborato teoricamente nel documento Strategia e tattica, adottato dall’ANC durante la Conferenza di Morogoro del 1969 in Tanzania, e perfezionato alla Conferenza di Kabwe del 1985 in Zambia; l’espressione “Quattro pilastri” comparve però per la prima volta nella dichiarazione dell’8 gennaio 1987. Come ogni dichiarazione, fu trasmessa al popolo sudafricano da Radio Freedom e diffusa in forma stampata dalle unità clandestine.
Il messaggio era che l’azione di massa, senza quella armata, rimaneva vulnerabile; l’azione armata, senza quella di massa, restava isolata. Senza una rete clandestina, non era possibile trasmettere l’orientamento politico del movimento. La clandestinità collegava la sfera politica a quella militare. La solidarietà internazionale poteva isolare e indebolire il regime, sostenendo e ispirando al tempo stesso il popolo.
Nel proprio contesto storico, la concezione dei Quattro pilastri si cristallizzò nella seconda metà degli anni Ottanta, durante imponenti e continue proteste di massa per la liberazione dei prigionieri politici e la legalizzazione delle organizzazioni messe al bando, mentre le operazioni di MK raggiungevano il loro apice e le sanzioni internazionali colpivano duramente il regime. L’apartheid stava diventando impraticabile e il Paese ingovernabile. Lo Stato dell’apartheid perdeva legittimità; le contraddizioni tra governo e mondo degli affari si acuivano e la fiducia della popolazione bianca vacillava. Il destino del regime era segnato. Lo Stato non riusciva più a governare come prima e le masse non erano più disposte a vivere come prima. Un movimento di liberazione si era trasformato in una forza organizzativa della rivoluzione e si preparava una crisi rivoluzionaria. La situazione si avvicinava a quella descritta da V. I. Lenin per la Russia dell’ottobre 1917.
Molti dei problemi e delle sfide superati dall’ANC presentano una notevole somiglianza con quelli che i palestinesi affrontano ancora oggi: operare dall’esilio; le severe restrizioni e la repressione dell’organizzazione interna; il persistente divario tra organizzazione e compiti politici e militari; e la tendenza ricorrente a cercare soluzioni militari anziché politiche.
Accanto a queste somiglianze esistevano però differenze fondamentali. L’ANC disponeva di una direzione unica, indiscussa e centralizzata, che gli consentiva di adattarsi al mutare delle circostanze in base alle necessità. Le masse e le nascenti organizzazioni civiche e sindacali guardavano all’ANC come punto di riferimento, mentre il movimento conservava un saldo controllo sul proprio braccio armato. Sul piano internazionale, l’ANC era riconosciuto e sostenuto come forza guida della lotta e dirigeva il movimento mondiale contro l’apartheid. Nel corso di tutti gli anni della lotta, mantenne una posizione di superiorità morale.
Un’ulteriore differenza di contesto risiedeva nella chiarezza dell’obiettivo dell’ANC: uno Stato unito, indivisibile, non razziale, non sessista e democratico, appartenente a tutto il suo popolo. Altre differenze offrivano, sotto molti aspetti, vantaggi comparativi. Gli Stati africani generalmente sostenevano l’ANC. La popolazione nera superava quella bianca con un rapporto di dieci a uno. L’economia sudafricana dipendeva quindi interamente dalla manodopera nera proletarizzata, una leva di importanza vitale. Sul piano internazionale, sebbene il regime dell’apartheid fosse sostenuto dagli Stati occidentali, dal capitale e dal mondo degli affari, il Sudafrica non era considerato strategicamente indispensabile agli interessi geopolitici occidentali nella stessa misura di Israele, proiezione dell’imperialismo statunitense.
Conclusione: i mutevoli contesti della lotta
La lotta palestinese si trova chiaramente a un bivio, ma non è priva della possibilità di risollevarsi.
Il flusso e riflusso della lotta rivoluzionaria possono essere paragonati al pendolo oscillante di un orologio, che si muove avanti e indietro nello scontro incessante tra repressione e resistenza, rivoluzione e controrivoluzione. Karl Marx interpretò questo processo come una dinamica nella quale la repressione costringe la lotta rivoluzionaria a sviluppare le capacità organizzative necessarie ad avanzare, prima di essere ricacciata indietro dalla controrivoluzione e tornare poi all’offensiva con maggiore forza.
Questa contesa per il potere obbliga entrambe le parti a sviluppare forza e capacità superiori. Vincerà quella che saprà imparare meglio dall’esperienza e combattere con maggiore tenacia e determinazione, indipendentemente da chi disponesse inizialmente di risorse e potere maggiori. Il tempo è parte integrante della vita e l’esito sarà determinato dalle concrete condizioni oggettive e soggettive dell’esistenza.
Sebbene la situazione attuale appaia estremamente cupa per il popolo palestinese, sono emersi altri fattori che rivelano un cambiamento significativo nei rapporti di forza regionali.
Nonostante gli schiaccianti mezzi di distruzione posseduti dagli Stati Uniti e da Israele, entrambi si sono dimostrati potenti sul piano tattico ma privi di una strategia. Non sono riusciti a distruggere la resistenza in Palestina, Libano, Iraq e Yemen, né più lontano, in Iran. Riprendendo la metafora del pendolo, dopo fasi di confronto oscillante, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele ha tentato di cancellare l’Iran sotto le bombe e si è scontrata con una risposta poderosa. L’Iran ha dimostrato di poter impiegare un’arma più potente di una bomba nucleare: lo Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti, abituati a imporre le proprie condizioni ai più deboli, hanno scoperto che quei tempi sono finiti in Medio Oriente e che i rapporti di forza sono radicalmente mutati. Un Trump palesemente esasperato si è reso conto che i dettami dell’America non vengono più obbediti. Ciò comporta profonde implicazioni per chi rimane fedele al proprio popolo e, non da ultimo, per la situazione palestinese. Così come le forze cubane infransero il mito dell’invincibilità sudafricana, l’Iran è riuscito a conquistare l’iniziativa strategica sugli Stati Uniti, assorbire attacchi ripetuti, paralizzare basi statunitensi nella regione e conservare il controllo dello Stretto di Hormuz. Nessuno dovrebbe essere tanto avventato da prevedere risultati immediati, ma Trump e Netanyahu si sono cacciati in un vicolo cieco, come accadrebbe a chiunque fosse chiamato a prendere il loro posto.
Per i palestinesi – tanto per chi partecipa alla resistenza armata quanto per gli attivisti impegnati in altri ambiti della mobilitazione, della sensibilizzazione e del sostegno – tutto questo racchiude un enorme potenziale, se si considera la punizione sopportata dal popolo a un costo così elevato.
L’operazione Diluvio di Al-Aqsa – l’iniziale evasione dalla prigione di Gaza del 7 ottobre 2023 – fu tatticamente brillante. Non mi riferisco qui alla fase successiva, che comportò la morte di civili, molti dei quali uccisi dalla rappresaglia indiscriminata dell’esercito israeliano. Il suo esito strategico, tuttavia, è stato terribile.
È evidente che vi fu un fatale errore di valutazione della risposta israeliana. Ma la discussione non può fermarsi qui. Gli errori vanno analizzati, le lezioni apprese e le strategie ripensate. Chi non commette mai errori non fa nulla ed è quindi incapace di imparare: si limita a criticare.
Il quadro è cambiato radicalmente e si presentano opportunità importanti. Nonostante la battuta d’arresto e l’enormità del genocidio ancora in corso, oggi esteso al Libano meridionale, Israele è ferito mortalmente. La sua tanto celebrata invincibilità e la sua capacità di proteggere la propria popolazione sono andate in frantumi; la sua reputazione è irrecuperabile. La sua crudeltà ha suscitato un’indignazione globale senza precedenti e scatenato un’ondata inarrestabile di ripulsa. Il suo isolamento internazionale si è aggravato.
La base di sostegno di Israele negli Stati Uniti e tra i suoi principali alleati si sta dissolvendo. L’azione diretta e le proteste di una nuova generazione di giovani attivisti hanno cambiato le regole del gioco, richiamando l’attenzione pubblica sui crimini e sull’impunità di Israele. Lo stesso vale per le iniziative di solidarietà promosse dalle organizzazioni religiose in molti Paesi, che richiamano il ruolo progressista svolto dalle Chiese contro l’apartheid durante la lotta sudafricana. La campagna BDS continua a rafforzarsi.
Trump e Netanyahu sono in gravi difficoltà. Gli Accordi di Abramo stanno vacillando. Israele si è lanciato in guerre avventuriste su tutti i fronti, creando una palude dalla quale non riesce a uscire. Le contraddizioni interne israeliane si approfondiscono e si profila una crisi economica e sociale. Migliaia di cittadini ebrei stanno fuggendo. Altri ebrei israeliani, dotati di dignità e compassione, prendono posizione – come fece una minoranza di bianchi in Sudafrica – in difesa dei palestinesi colpiti dalla furia dei pogrom. Un frutto marcio è destinato a cadere. La resistenza sopravvive e continua a combattere.
Non mi faccio illusioni. Tra gli esperti che studiano il Medio Oriente da decenni è diffusa la convinzione che la marea sia cambiata contro Israele, gli Stati Uniti, i regimi traditori e gli atteggiamenti corrotti che hanno ostacolato la liberazione palestinese. La lotta è entrata in una nuova fase e il ruolo della resistenza armata è ormai saldamente affermato nella regione: l’Asse della Resistenza si rafforza, accumula esperienza e acquista influenza, risollevandosi dopo la battuta d’arresto.
Anche i popoli della regione si leveranno come leoni: le masse sofferenti e stoiche; la strada araba, con la sua energia creativa, il suo sumud e la sua rabbia; uomini e donne, giovani e anziani; e gli intellettuali, che contribuiscono in tanti modi decisivi. Nulla spaventa l’oppressore e i suoi servi più della collera delle masse: l’intifada. Il dominio imperialista occidentale sulla regione si sta indebolendo. Ciò frenerebbe l’aggressione israeliana e segnerebbe la fine del progetto sionista. L’unità delle forze, il primato della politica e il potere di un popolo unito sono essenziali.
Sebbene indebolito dall’inosservanza degli Stati Uniti e dei loro alleati, il diritto internazionale – compreso il riconoscimento della legittimità della lotta armata – resta una leva importante per la liberazione e per chiamare a rispondere delle proprie azioni quanti commettono il genocidio o vi sono complici. La sfida per la comunità mondiale, insieme ai popoli assediati del Medio Oriente, consiste nell’intensificare la solidarietà internazionale contro Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati, ricorrendo alla comprovata forza della campagna BDS, come avvenne nella lotta sudafricana, e rafforzando il potere di un popolo in cammino verso la libertà. Non ho dubbi che il popolo palestinese saprà raccogliere questa sfida.
L’autore ringrazia Mark Waller e Na’eem Jeenah per il loro prezioso aiuto.
Riferimenti
[1] Nel 1986, l’allora senatore Joe Biden dichiarò notoriamente in un discorso al Senato: “Se Israele non esistesse, gli Stati Uniti d’America dovrebbero inventare un Israele per proteggere i propri interessi nella regione”.
[2] La rivolta del Pondoland fu un’insurrezione rurale di massa avvenuta tra il 1960 e il 1961 nella regione del Capo Orientale, allora Transkei, in Sudafrica, contro le ingiuste norme dell’apartheid, le imposte e il Bantu Authorities Act del 1951, volto a istituire autorità tribali nominate dallo Stato e governi fantoccio.
[3] Assemblea generale delle Nazioni Unite (1970), Risoluzione 2708 (XXV), 14 dicembre 1970; Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1972), progetto di risoluzione S/10838/Rev.1, 21 novembre 1972; Assemblea generale delle Nazioni Unite (1972), Documenti ufficiali, 2084ª seduta plenaria, A/PV.2084, 14 novembre 1972.
[4] Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali (Protocollo I), adottato l’8 giugno 1977, articolo 1(4).
[5] Arafat, Y. (1974), Discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, New York, 13 novembre 1974. Disponibile all’indirizzo: https://al-bab.com/documents-section/speech-yasser-arafat-1974
[6] African National Congress (1969), Report on the Strategy and Tactics of the African National Congress, 26 aprile 1969. Disponibile all’indirizzo: https://www.anc1912.org.za/national-consultative-conference-1969-strategy-and-tactics-of-the-african-national-congress/ (consultato il 5 agosto 2026).


Commenta per primo