Il caso Erri De Luca: Perché il Festival di Salerno ha il diritto di dire no al negazionismo

Il Salerno Letteratura Festival ha deciso di cancellare la prolusione inaugurale che avrebbe dovuto essere affidata a Erri De Luca. (Photos: Wikimedia, screen grab. Design: Palestine Chronicle)

By Romana Rubeo

Non siamo più nel campo del confronto intellettuale, ma in quello della rimozione della realtà. Tracciare questa distinzione non significa restringere il dibattito pubblico. Significa preservarne le condizioni minime di serietà.

Il Salerno Letteratura Festival ha deciso di cancellare la prolusione inaugurale che avrebbe dovuto essere affidata a Erri De Luca. La scelta, comunicata nella giornata di mercoledì, è arrivata dopo le dichiarazioni dello scrittore sul genocidio a Gaza e sul sionismo, che nelle ultime settimane hanno suscitato un acceso dibattito pubblico.

A spiegare le ragioni della decisione è stato il condirettore artistico della manifestazione, Gennaro Carillo, secondo cui una prolusione inaugurale presuppone “una certa identità di vedute con chi te la commissiona”, almeno di fronte a quella che ha definito “la più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza”.

La notizia ha immediatamente riacceso il consueto dibattito sulla censura, sulla libertà di espressione e sui limiti dell’intervento delle istituzioni culturali. Tuttavia, se si prova ad andare oltre la polemica immediata, la scelta del festival campano non solo appare legittima, ma rappresenta un necessario atto di responsabilità editoriale e civile.

Per comprenderne le ragioni bisogna partire dai fatti. E i fatti suggeriscono che non siamo di fronte a un caso di cancel culture, bensì alla decisione di una manifestazione culturale di non associare il proprio nome a posizioni palesemente negazioniste.

Il peso delle parole e la realtà dei fatti

Il contesto è noto ai più. Erri De Luca, tra gli scrittori più noti della sinistra italiana contemporanea, ha pronunciato nei giorni scorsi parole che non si limitano alla critica politica o al dissenso ideologico. Si è spinto sul terreno della negazione di un massacro, di un genocidio in corso, riducendo una realtà documentata a una questione di interpretazioni.

In un’intervista al quotidiano israeliano Israel Hayom, durante la partecipazione a un festival letterario a Gerusalemme, De Luca ha affermato che “a Gaza non c’è nessun genocidio”.

“So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale,” lo scrittore ha continuato, in barba a decine di opinioni autorevolissime che descrivono la carneficina in corso a Gaza come genocidio sotto il profilo legale, sanitario, istituzionale.

Ha poi rilasciato dichiarazioni completamente fallaci, corrispondenti alla propaganda israeliana, ma che non trovano riscontro in nessuno dei soggetti indipendenti che operano a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023: “A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l’avrebbe lasciata sul posto”.

Tutto questo mentre continuano i massacri israeliani, la situazione nella Striscia è catastrofica, il numero ufficiale delle vittime è arrivato a quasi 73.000 persone e le proiezioni di pubblicazioni autorevoli quali il Lancet considerano quella cifra molto riduttiva.

La letteratura ha un peso e le parole degli scrittori producono effetti nel mondo reale. Quando un intellettuale pubblico utilizza la propria autorevolezza per negare o minimizzare il genocidio, la pulizia etnica, la sofferenza sistematica di un popolo, addirittura mentre quel genocidio e quella pulizia etnica sono in corso, non sta esercitando pensiero critico. Sta contribuendo a deformare la realtà. Sta tentando di riscrivere la storia mentre questa si dipana, e di negare alle vittime non solo futura giustizia, ma persino la dignità di poter raccontare il loro dolore.

Forse è vero: un festival culturale non è un tribunale. È però uno spazio di legittimazione. Ospitare qualcuno significa riconoscergli un ruolo, attribuirgli un valore pubblico, offrirgli una piattaforma autorevole. Per questa ragione la scelta degli ospiti non è mai neutrale. Salerno ha semplicemente deciso di non conferire questo riconoscimento.

L’incoerenza dei compagni di comodo

L’aspetto più interessante delle reazioni a questa esclusione riguarda il comportamento di molti suoi difensori. Colpisce vedere una parte del mondo culturale italiano passare con sorprendente rapidità dall’intransigenza morale al relativismo più accomodante.

Si tratta spesso degli stessi ambienti che in altri contesti chiedono prese di posizione nette, sanzioni morali e responsabilità pubbliche per chi oltrepassa determinati limiti politici o etici. Quando però a essere coinvolto è un autore percepito come vicino, il principio cambia improvvisamente natura.

Compare allora un liberalismo di convenienza, evocato non come valore universale ma come meccanismo di protezione per i propri riferimenti culturali. La libertà d’espressione smette di essere un principio e diventa un salvacondotto. In molte dichiarazioni, non vedo una difesa della libertà di espressione, ma al massimo, una forma alquanto maldestra e ordinaria di solidarietà corporativa.

Il paradosso della tolleranza e i limiti dell’accettabile

Nessuna società democratica può sopravvivere se rinuncia a distinguere tra ciò che può essere discusso e ciò che appartiene ormai all’ordine dei fatti. Una comunità che considera accettabile qualsiasi posizione, indipendentemente dalle sue conseguenze morali e materiali, finisce inevitabilmente per indebolire le condizioni che rendono possibile il dibattito stesso.

È necessario distinguere tra il confronto sulle idee e la negazione dei fatti. Si possono discutere strategie politiche, visioni del mondo, interpretazioni storiche e prospettive ideologiche. È il fondamento stesso del dibattito democratico.

Altra cosa è negare o minimizzare un crimine contro l’umanità. In quel caso non siamo più nel campo del confronto intellettuale, ma in quello della rimozione della realtà. Tracciare questa distinzione non significa restringere il dibattito pubblico. Significa preservarne le condizioni minime di serietà.

Per comprendere l’asimmetria del dibattito contemporaneo basta guardare alla storia del Novecento. Se negli anni Quaranta o Cinquanta un intellettuale avesse giustificato, minimizzato o negato i crimini del nazismo, la sua esclusione dai consessi civili, dalle università o dalle manifestazioni culturali non sarebbe stata descritta come censura.

Sarebbe stata considerata una presa di distanza doverosa e perfettamente legittima.

Ancora oggi, quegli intellettuali vengono esclusi dal dibattito pubblico e non sono considerati legittimi, non gli vengono offerti spazi o piattaforme.

Oggi, di fronte a negazionismi contemporanei di gravità analoga, assistiamo invece a una sorprendente indulgenza. Per quale ragione il negazionismo di un autore percepito come progressista dovrebbe beneficiare di una tolleranza che non verrebbe mai concessa a un pensatore filonazista o a un negazionista della Shoah?

L’orrore non cambia natura a seconda della collocazione politica di chi lo minimizza. E il prestigio di una firma non può trasformare l’inaccettabile in qualcosa di accettabile.

La responsabilità di scegliere

Erri De Luca non è stato censurato nel senso proprio del termine. I suoi libri restano in libreria, le sue opinioni continuano a trovare spazio sui giornali, in televisione e sui social network. Nessuna autorità pubblica gli ha impedito di parlare.

Un festival culturale, però, non ha il dovere di offrire un palco a chiunque. Ha il diritto, e in molti casi la responsabilità, di scegliere chi invitare e chi no.

Rivendicare la libertà di non celebrare chi flirta con il negazionismo non è un attacco alla libertà d’espressione. È una delle forme attraverso cui una comunità culturale definisce i propri limiti, le proprie responsabilità e i propri valori.

Per queste ragioni, la decisione del Festival di Salerno va letta in questa prospettiva. Non come un atto censorio, ma come una scelta culturale. E, soprattutto, come l’assunzione di una responsabilità, nei confronti del presente e della storia.

- Romana Rubeo è una giornalista italiana, caporedattrice del The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi in varie pubblicazioni online e riviste accademiche. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, è specializzata in traduzioni giornalistiche e audiovisive.

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