By Romana Rubeo
A Belfast, Ramzy Baroud ha parlato di memoria, resistenza e sovranità narrativa palestinese, sostenendo che raccontare la propria storia resta essenziale per la sopravvivenza e la liberazione.
Punti chiave
- Baroud ha descritto il racconto e la memoria come strumenti essenziali per la sopravvivenza e la resistenza palestinese.
- Ha contestato le narrazioni storiche che rappresentano i palestinesi come soggetti passivi anziché come protagonisti della propria storia.
- Ha inserito il sumud e la resistenza all’interno di una lunga continuità storica palestinese.
- Ha collegato le perdite subite dalla propria famiglia a Gaza alla lotta contro la cancellazione della memoria storica.
- Ha invocato una solidarietà fondata sulla storia e sulla capacità di autodeterminazione dei palestinesi e sul loro diritto alla resistenza.
Palestine Day
Intervenendo a Belfast in occasione del Palestine Day, il 6 agosto, l’autore e giornalista palestinese Ramzy Baroud ha offerto una riflessione profondamente personale sulla memoria, il colonialismo, la resistenza e la lotta per stabilire chi abbia l’autorità di scrivere la storia.
Il suo intervento principale e la presentazione del suo ultimo libro, Before the Flood: A Gaza Family Memoir Across Three Generations of Colonial Invasion, hanno attraversato la storia palestinese, l’infanzia di Baroud in un campo profughi di Gaza, la distruzione del suo villaggio d’origine, Beit Daras, il genocidio israeliano in corso a Gaza e l’uccisione di membri della sua stessa famiglia.
Ma l’argomento centrale di Baroud è andato ben oltre la storia di una singola famiglia palestinese. La storia della Palestina, ha sostenuto, non può essere compresa attraverso le tappe politiche e militari stabilite dalle potenze coloniali, né i palestinesi possono essere ridotti a vittime che acquistano visibilità soltanto quando entrano negli archivi occidentali, nei documenti diplomatici o nelle cronache giornalistiche.
Per Baroud, Belfast rappresentava un luogo particolarmente significativo da cui formulare questa riflessione.
“Credo che trovarsi a Belfast significhi trovarsi in una città le cui stesse mura parlano”, ha esordito. “È un luogo che comprende, con profonda consapevolezza storica, che le storie non sono mai soltanto parole. Sono campi di battaglia”.
Tracciando un parallelo tra le esperienze irlandese e palestinese del colonialismo, Baroud ha affermato che l’Irlanda conosce “il peso di preservare un’identità ininterrotta attraverso i secoli” e comprende l’importanza della memoria quando viene negata la sovranità stessa.
“È proprio all’interno di questa geografia condivisa della lotta, dalle strade di Belfast ai campi profughi di Gaza – e io sono nato e cresciuto in un campo profughi di Gaza – che dobbiamo affrontare la questione centrale del nostro lavoro”, ha affermato.
“Perché scriviamo libri? Perché insistiamo nel raccontare le nostre storie, anche quando il sistema mediatico dominante sembra deliberatamente cieco, o peggio? Quando le istituzioni imperiali hanno già costruito una narrazione pensata per renderci invisibili?”, ha aggiunto Baroud.
La memoria come difesa contro la cancellazione coloniale
Per i palestinesi, ha sostenuto Baroud, queste domande non possono essere ridotte a dibattiti letterari o intellettuali. Riguardano la sopravvivenza stessa di un popolo la cui storia è stata ripetutamente sottoposta a tentativi di cancellazione politica e fisica.
“Non sono domande accademiche. Sono urgenti, esistenziali”, ha affermato. “Sono questioni di sopravvivenza fondamentali. Non soltanto sopravvivenza fisica, ma sopravvivenza come popolo, dotato di una memoria viva, di una continuità storica ininterrotta e di una dignità collettiva che rifiuta di essere ridotta a una nota a piè di pagina nell’impero di qualcun altro. Nella storia di qualcun altro”.
Baroud ha ricondotto la propria comprensione del rapporto tra memoria e sopravvivenza alla sua infanzia a Gaza, dove la Palestina esisteva non soltanto come geografia, ma come paesaggio ereditato attraverso le storie.
“Raccontiamo storie perché la memoria è la nostra prima forma di difesa”, ha detto. “Sono cresciuto in una casa a Gaza dove le storie sul villaggio che non avevamo mai visto, sulla patria in cui non avevamo mai vissuto, venivano raccontate quasi ogni giorno”.
Questa trasmissione della memoria, ha spiegato, ha permesso alle generazioni successive, nate nell’esilio e nei campi profughi, di rimanere legate a una storia dalla quale lo sradicamento coloniale cercava di separarle.
“Scriviamo affinché i nostri figli e le generazioni che verranno possano seguire il filo ininterrotto di ciò che siamo, anche quando quel filo viene violentemente teso attraverso l’esilio, lo sfollamento, i muri e molto altro”, ha spiegato Baroud.
Questa concezione è al centro di Before the Flood, in cui Baroud utilizza la storia della propria famiglia per mettere in discussione la storiografia convenzionale.
“In Before the Flood, il mio ultimo libro, ho cercato di mettere in discussione il modo stesso in cui la storia viene definita, trasformata in un’arma e recepita”, ha spiegato al pubblico.
La storia, ha sostenuto Baroud, non può essere intesa semplicemente come una successione cronologica di battaglie, accordi e decisioni prese dalle élite politiche. “La storia è la somma dei sentimenti, il risultato delle idee, l’evoluzione della coscienza collettiva, delle identità e delle relazioni. E comprende i cambiamenti impercettibili che avvengono nelle società nel corso del tempo”.
La distinzione, ha affermato, è fondamentale perché una storia ufficiale costruita esclusivamente intorno agli avvenimenti politici può cancellare intere comunità semplicemente escludendole dalla narrazione. “Se la storia viene ridotta soltanto agli eventi politici ufficiali, un’intera popolazione può essere cancellata semplicemente omettendola dalla documentazione ufficiale”.
Il genocidio in corso a Gaza ha conferito a questa questione un significato tragicamente letterale.
“Avrete notato che a Gaza, durante il genocidio, si sente spesso dire che un certo numero di famiglie è stato cancellato dai registri civili: significa che l’intera genealogia, l’intera linea di discendenza, o l’intero clan, è stato completamente eliminato”, ha affermato Baroud.
“Questo significa cancellare completamente qualcuno dalla documentazione ufficiale: non resta più nessuno che possa raccontarne la storia o ricordarci che quella famiglia, quell’intero clan, sia mai esistito”, ha aggiunto.
Di fronte a una simile cancellazione, la memoria collettiva assume una funzione storica completamente diversa. “Ma se la storia viene intesa come qualcosa di vissuto, custodito nella memoria collettiva, nelle tradizioni orali e nella coscienza quotidiana, allora diventa indistruttibile”.
Il “contro-archivio” palestinese
Baroud ha ricordato che il suo primo incontro con una storia raccontata dal basso non è avvenuto nelle università o attraverso i testi accademici.
“Quando sono cresciuto nel campo profughi di Gaza, ho imparato tutto questo molto prima di leggere testi accademici”, ha affermato. “Ho incontrato quello che Antonio Gramsci chiamava l’intellettuale organico, non nelle aule universitarie, ma nei vicoli fangosi del campo profughi”.
I suoi genitori e le persone che lo circondavano, ha continuato, possedevano una capacità intellettuale e una coscienza storica che esistevano indipendentemente da qualsiasi riconoscimento accademico formale.
“I miei genitori erano intellettuali organici. Così come lo erano innumerevoli uomini e donne intorno a noi. Possedevano immense capacità intellettuali e una profonda coscienza storica, anche se la società non attribuiva loro formalmente il titolo di intellettuali”, ha affermato Baroud.
La storia palestinese è quindi sopravvissuta attraverso racconti, memorie familiari e tradizioni orali. “La nostra storia, dunque, vive nei racconti. Raccontati e raccontati ancora, talvolta in frammenti, talvolta sottovoce, molto spesso come atto di sfida”.
Il riferimento ai sussurri, ha spiegato Baroud, era letterale. “I nostri insegnanti di storia, temendo che i soldati potessero aggirarsi intorno alla nostra scuola elementare per spiarci, incaricavano uno dei bambini di controllare che fosse tutto tranquillo e poi ci raccontavano sottovoce la nostra storia, a scuola”.
Questa storia sopravvive anche nella memoria dei villaggi distrutti durante la Nakba e nelle famiglie che continuano a preservarne i nomi e le genealogie.
“Vive nel modo in cui una nonna ricorda un villaggio che non esiste più, descrivendone i frutteti, i mercati, il ritmo della vita quotidiana come se fosse ancora lì”, ha affermato Baroud. “Vive nella conservazione dei nomi dei villaggi e delle genealogie familiari tramandate di generazione in generazione”.
Questi ricordi, ha sostenuto, non devono essere considerati materiale supplementare rispetto all’archivio coloniale, ritenuto invece autorevole. “Questa tradizione orale, questa storia dal basso, non è una fonte secondaria. È il nostro principale contro-archivio”.
Il 7 ottobre e la cancellazione della storia
La battaglia sulla memoria storica, ha continuato Baroud, resta centrale anche nelle rappresentazioni contemporanee della Palestina.
Ha richiamato l’attenzione sul modo dominante in cui la politica e i media hanno raccontato il 7 ottobre 2023, presentando spesso quella data come se la storia palestinese fosse improvvisamente cominciata quella mattina.
“Quando si sono verificati gli eventi del 7 ottobre, avete notato quanti politici – la maggior parte dei politici occidentali – insieme ai principali media e ad altri, si sono comportati come se il 7 ottobre rappresentasse l’inizio assoluto degli eventi di cui stiamo parlando?”, ha detto.
“Prima di allora non era successo nulla. Nessun colonialismo britannico in Palestina, nessuna Nakba, nessuna Naksa, nessuna Intifada, nessun massacro, nessun campo profughi, nessun insediamento, nessun colono, nessuna violenza. Andava tutto benissimo, fino al 7 ottobre”, ha aggiunto.
Per Baroud, questa compressione della storia palestinese fa parte di una lotta molto più antica su chi abbia l’autorità di stabilire dove inizi la storia e quali esperienze possano entrare a far parte della narrazione storica.
“Ecco perché, per le società colonizzate, rivendicare la memoria diventa un atto di resistenza intellettuale e politica”, ha affermato. “Restituisce autorità alle esperienze vissute dalle comunità le cui voci sono state sistematicamente escluse”.
Ha richiamato la famigerata affermazione dell’ex primo ministro israeliano Golda Meir secondo cui “non esisteva un popolo palestinese”, indicandola come espressione di questa logica coloniale: negare l’esistenza di un popolo per facilitarne lo sradicamento e la cancellazione.
Baroud ha ricordato di aver sperimentato questa negazione in modo straordinariamente letterale mentre viveva a Gaza, quando il documento rilasciatogli dall’amministrazione militare israeliana riportava come nazionalità la dicitura “indefinita”.
“Eravamo tutti ‘indefiniti’, per quanto riguardava Israele. Come se non esistessimo”, ha detto.
Ha ricordato lo stupore dei funzionari dell’immigrazione quando mostrava quel documento durante i suoi viaggi all’estero.
“Ed eccomi lì, discendente di una nazione e di un popolo la cui storia risale a migliaia di anni fa: indefinito”, ha affermato Baroud. “È così che Israele vuole considerarci, ed è proprio questo che noi rifiutiamo di accettare”.
Oltre la rappresentazione del palestinese come vittima
Questa negazione dell’esistenza storica palestinese, ha sostenuto Baroud, ha influenzato anche il modo in cui i palestinesi vengono rappresentati nel discorso politico occidentale e nei media mainstream.
“All’interno delle narrazioni dominanti dei media occidentali, ai palestinesi è consentito esistere soltanto all’interno di una dicotomia disumanizzante: o come terroristi, le cui azioni devono essere continuamente represse, oppure come vittime indifese, meritevoli soltanto di pietà e di aiuti umanitari concessi a determinate condizioni”, ha affermato.
La seconda rappresentazione può apparire più compassionevole, ha spiegato, ma priva comunque i palestinesi di qualcosa di fondamentale: la loro capacità di agire come soggetti politici. “La realtà della nostra sofferenza è innegabile, ma questa riduzione alla pura condizione di vittime ci priva dell’elemento più essenziale della nostra esistenza: la nostra capacità di agire”.
Per Baroud, rivendicare la storia palestinese significa quindi anche respingere l’idea che i palestinesi siano semplicemente oggetti sui quali la storia esercita la propria forza. Come avrebbe detto più tardi al pubblico durante il dibattito: “Non siamo vittime della storia. Non siamo una nota a piè di pagina nella storia. Non siamo il sottoprodotto della storia di qualcun altro. Noi siamo la storia”.
Beit Daras e la continuità della storia
Questa idea costituisce il fondamento di Before the Flood, nel quale Baroud racconta la storia della propria famiglia non come un memoir isolato, ma come una finestra su una continuità storica palestinese molto più ampia.
Quella storia comincia a Beit Daras, il villaggio d’origine della sua famiglia, sottoposto a pulizia etnica e distrutto nel 1948.
Leggendo un passaggio del libro, Baroud ha descritto la partenza definitiva della sua famiglia: “Quando Ibrahim e sua moglie hanno preso i loro figli e sono fuggiti da Beit Daras per l’ultima volta, il villaggio era avvolto dal fumo, dagli spari, dalle esplosioni e dalle urla degli abitanti che morivano”.
Come innumerevoli palestinesi durante la Nakba, inizialmente la famiglia credeva che lo sfollamento sarebbe stato temporaneo. Ma mentre i villaggi vicini cadevano sotto l’avanzata delle milizie sioniste, è stata costretta a dirigersi verso sud, in direzione di Gaza. “Dopo alcuni giorni di viaggio, la famiglia è arrivata a Shujaiya. L’antico quartiere di Gaza era ormai stracolmo di profughi disperati in cerca di cibo e riparo”.
Dopo aver letto il passaggio, Baroud si è fermato per sottolinearne la risonanza con il presente. “Questo non è successo dopo l’ottobre 2023. È successo tra maggio e giugno del 1948. La stessa storia, la stessa realtà storica”.
Beit Daras, ha sottolineato, non era semplicemente un luogo comparso nella storia nel momento della sua distruzione. “Beit Daras non era un luogo astratto. Era una comunità viva, plasmata da secoli di storia, agricoltura e cultura”.
Comprendere questa continuità, ha sostenuto, significa mettere in discussione le rappresentazioni dei palestinesi come una popolazione prodotta da una moderna disputa geopolitica. I palestinesi appartengono invece a “una profonda traiettoria storica, radicata nella loro terra ancestrale”.
Sumud: un’insistenza attiva sulla presenza
Baroud ha collegato questa continuità storica al concetto palestinese di sumud, comunemente tradotto come resilienza o perseveranza.
Ma questa traduzione, ha sostenuto, non riesce a esprimere pienamente il significato del concetto.
“Il sumud viene spesso tradotto semplicemente come fermezza, ma la parola racchiude un significato molto più profondo e multidimensionale”, ha spiegato. “Non è sopportazione passiva. Non significa restare seduti in silenzio aspettando che qualcuno venga a salvarci. Il sumud è un’insistenza attiva e strategica sulla propria presenza”.
Ha indicato lo straordinario ritorno dei palestinesi sfollati dal sud di Gaza verso il nord devastato, durante il primo cessate il fuoco, come una delle espressioni contemporanee più evidenti del sumud.
Centinaia di migliaia di persone sono tornate pur sapendo che le loro case e i loro quartieri erano stati distrutti e che i servizi essenziali erano praticamente inesistenti.
“Preferirebbero tornare in aree completamente distrutte”, ha affermato Baroud. Preferirebbero rimanere accanto alle proprie case distrutte, ha spiegato, piuttosto che accettare uno sfollamento permanente altrove. Per Baroud, questo era il sumud nella sua forma più immediata: “concreto, crudo e reale”.
“È la decisione consapevole di rimanere radicati in quella terra nonostante forze soverchianti siano impegnate a cancellare la nostra presenza”, ha affermato. “Rimanendo presenti, i palestinesi interrompono attivamente la logica coloniale che richiede la nostra non-esistenza”.
Gaza e la continuità storica della resistenza
Lo stesso quadro storico, ha sostenuto Baroud, è necessario per comprendere la resistenza a Gaza. La resistenza palestinese non può essere ridotta a Hamas, né può essere spiegata attraverso una singola ideologia o un singolo momento storico.
“La resistenza di Gaza, nel corso della storia, è stata legata ai palestinesi stessi, non alle singole figure eroiche che incontriamo di tanto in tanto”, ha affermato.
La sua continuità, ha aggiunto, è evidente proprio perché la resilienza collettiva palestinese non è confinata a “un periodo specifico, a una determinata forma di pensiero o a una particolare fede religiosa”.
Baroud ha collocato la resistenza contemporanea all’interno della storia molto più lunga di Gaza e del suo confronto con invasioni straniere, dagli eserciti dell’antichità ai crociati, dalla campagna di Napoleone al colonialismo britannico e, infine, all’occupazione israeliana.
La persistenza di questa resistenza è particolarmente significativa, ha osservato, perché la geografia di Gaza offre ben poche difese naturali.
“Gaza è una piccola area costiera pianeggiante”, ha affermato, storicamente vulnerabile alle forze che attaccavano dal mare, dal deserto e dai territori circostanti.
Nel corso dei secoli, i suoi abitanti hanno adattato i propri metodi di difesa al mutare delle forme di guerra. Ma le tecniche militari, da sole, ha sostenuto Baroud, non possono spiegare la capacità di Gaza di resistere a invasioni successive. “Perché la resistenza abbia davvero significato, è necessario un elemento molto più prezioso: lo spirito umano”.
“Raccontiamo storie perché dobbiamo sopravvivere”
A questo punto, la riflessione storica di Baroud è diventata profondamente personale.
“Al di là dei concetti accademici e dell’analisi strutturale, c’è qualcosa di molto più immediato, personale e doloroso che alimenta questo lavoro”, ha affermato. “Raccontiamo storie perché dobbiamo sopravvivere”.
Durante il genocidio in corso, ha raccontato Baroud, più di 100 membri della sua famiglia, tra parenti stretti e famiglia allargata, sono stati uccisi. “Non erano nomi lontani. Non erano statistiche. Erano esseri umani le cui vite erano intimamente legate alla mia: bambini, insegnanti, medici, madri e la mia amata sorella”.
Sua sorella, la dottoressa Soma Baroud, è stata uccisa dall’esercito israeliano il 9 ottobre 2024, mentre tornava da un ospedale.
Leggendo un passaggio di Before the Flood, Baroud ha ricordato l’impatto della sua uccisione. “Dopo giorni di lutto, ho compreso che Soma, nella sua bellezza, intelligenza, saggezza, pazienza e, sì, nel suo coraggio e nel suo sacrificio, rappresentava tutte le Soma della nostra storia, compresa la storia che deve ancora essere scritta”.
La sua storia, ha affermato, racchiude la ragione per cui la memoria palestinese deve sopravvivere anche quando intere famiglie e linee di discendenza vengono fisicamente cancellate.
“Quando intere generazioni vengono sottoposte al massacro militare, quando intere linee di discendenza vengono cancellate dai registri civili, che cosa rimane?”, ha chiesto Baroud. “Rimane il significato. La storia persiste, portata avanti da coloro che sopravvivono”.
“Scriviamo per esercitare la sovranità narrativa”
Persino nel mezzo della devastazione di Gaza, ha osservato Baroud, continuano a nascere bambini nelle tende e tra le macerie, e molti di loro ricevono i nomi di parenti uccisi durante il genocidio.
“Non è semplicemente un gesto di lutto”, ha affermato. “È un’affermazione di continuità storica”.
Per i palestinesi, dunque, la storia non è qualcosa di confinato negli archivi.
“La storia non è un libro chiuso che riposa su uno scaffale. È una presenza viva”, ha affermato Baroud. “È custodita nei nostri nomi, intrecciata negli elaborati motivi del tatreez, il nostro ricamo tradizionale, pronunciata nei nostri dialetti, preservata nel nostro cibo e mantenuta viva nel nostro quotidiano rifiuto di rinunciare alla dignità”.
È questa, ha concluso, la ragione fondamentale per cui i palestinesi devono raccontare le proprie storie. “Non scriviamo per implorare il riconoscimento di chi ci opprime. Non scriviamo per rendere la nostra lotta più accettabile alla sensibilità occidentale”.
“Scriviamo per esercitare la sovranità narrativa. Scriviamo per ricordare. Scriviamo per resistere. Scriviamo per sopravvivere. Ma, soprattutto, scriviamo per affermare che esistiamo. Non come astrazioni, non come vittime passive e non come note a piè di pagina nella storia di qualcun altro, ma come un popolo con una propria narrazione, una propria profonda continuità storica e una propria presenza ininterrotta in questo mondo”.
(The Palestine Chronicle)


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