L’Iran sta violando il diritto internazionale colpendo le basi USA negli stati del Golfo?

Are Iranian strikes on US military bases in Gulf states lawful acts of self-defense under international law?

By Editors - Palestine Chronicle

Questo parere legale esamina se gli attacchi iraniani contro basi statunitensi negli Stati del Golfo violino il diritto internazionale o costituiscano legittima autodifesa.

Punti Chiave

  • Secondo la Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, uno Stato che consente l’uso del proprio territorio per un’aggressione può essere ritenuto legalmente responsabile.
  • L’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto intrinseco di autodifesa contro un attacco armato.
  • Se gli attacchi provengono da basi militari situate in Paesi terzi, tali basi possono diventare obiettivi militari legittimi.
  • Qualsiasi azione di autodifesa deve rispettare necessità e proporzionalità, due principi fondamentali del diritto internazionale.
  • Gli Stati ospitanti che facilitano operazioni militari possono essere considerati co-belligeranti, perdendo le protezioni normalmente garantite agli Stati neutrali.

Una questione legale 

Con l’escalation del conflitto regionale tra Stati Uniti, Israele e Iran, stanno emergendo nuove questioni giuridiche riguardo all’espansione del campo di battaglia. Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro il territorio iraniano alla fine di febbraio, Teheran ha lanciato operazioni di ritorsione prendendo di mira installazioni militari americane in diversi Paesi del Golfo.

Il Palestine Chronicle ha consultato diverse fonti legali ed esperti di diritto internazionale per esaminare una domanda centrale che oggi è al centro del dibattito diplomatico:

Gli attacchi iraniani contro basi statunitensi situate negli Stati del Golfo sono legali secondo il diritto internazionale, oppure violano la sovranità dei Paesi ospitanti?

Secondo numerosi giuristi, la risposta non è semplice come spesso appare nella retorica politica. Per comprenderla è necessario analizzare i quadri giuridici della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale consuetudinario e delle responsabilità legali degli Stati che consentono l’uso del proprio territorio per operazioni militari.

Prima di affrontare gli argomenti giuridici, tuttavia, è importante comprendere il contesto più ampio della guerra in corso.

Cosa sta accadendo nella regione?

Il 28 febbraio 2026, le tensioni tra l’Iran e l’alleanza formata da Stati Uniti e Israele sono sfociate in un confronto militare diretto dopo una serie di attacchi coordinati contro infrastrutture iraniane, installazioni militari e obiettivi civili. In risposta, Teheran ha lanciato una vasta controffensiva.

Le operazioni iraniane non si sono limitate alle forze israeliane o statunitensi direttamente coinvolte negli attacchi. Diverse basi militari americane situate negli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) sarebbero state colpite da missili e droni iraniani.

Queste installazioni includono strutture utilizzate per logistica, sorveglianza e operazioni aeree.

L’espansione del campo di battaglia oltre i combattenti diretti ha generato un importante dibattito legale: se le forze statunitensi lanciano attacchi contro l’Iran da basi situate in altri Paesi, il diritto internazionale consente all’Iran di colpire quelle basi in risposta?

Ospitare una forza militare straniera costituisce un “atto di aggressione”?

Nella narrativa spesso associata a quello che viene definito l’“ordine internazionale basato sulle regole”, gli Stati ospitanti vengono talvolta descritti come attori neutrali che forniscono semplicemente supporto logistico agli alleati.

Tuttavia, il diritto internazionale offre una definizione più esplicita di aggressione.

La Risoluzione 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1974) definisce vari atti di aggressione. L’Articolo 3(f) stabilisce che costituisce aggressione:

“L’azione di uno Stato che permette che il proprio territorio, messo a disposizione di un altro Stato, venga utilizzato da quest’ultimo per perpetrate un atto di aggressione contro un terzo Stato.”

Dal punto di vista giuridico, questa disposizione ha implicazioni significative. Se uno Stato del Golfo consente che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma di lancio per attacchi contro l’Iran, non si limita semplicemente a ospitare forze straniere.

Potrebbe essere considerato legalmente responsabile per aver facilitato un atto di aggressione.

In tale scenario, lo Stato ospitante rischia di perdere le protezioni giuridiche normalmente associate alla neutralità. Potrebbe invece essere visto come partecipante al conflitto, anche se in modo indiretto.

La risposta dell’Iran è garantita dall’articolo 51?

L’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce quello che definisce il “diritto intrinseco di autodifesa individuale o collettiva” quando uno Stato è oggetto di un attacco armato.

Gli studiosi di diritto spesso interpretano questa disposizione attraverso quello che viene talvolta chiamato il principio della “fonte del fuoco”.

Se un missile, un drone o un velivolo che ha colpito l’Iran è partito da una specifica base militare, quella base diventa la fonte operativa della minaccia.

Secondo questo ragionamento, il diritto internazionale non richiede che uno Stato sotto attacco rispetti necessariamente i confini territoriali di un Paese terzo se quei confini vengono utilizzati per proteggere operazioni militari in corso.

In tali circostanze, la questione legale principale diventa se lo Stato ospitante sia “non disposto o incapace” di impedire che il proprio territorio venga utilizzato per attacchi.

Se un Paese consente che il proprio territorio funzioni come piattaforma di lancio per operazioni militari contro un altro Stato e non interviene per fermarle, lo Stato colpito può sostenere di avere il diritto legale di neutralizzare la minaccia alla sua fonte.

Quali sono i limiti obbligatori dell’autodifesa?

Anche se l’Iran può invocare il diritto all’autodifesa, il diritto internazionale impone condizioni rigorose su come tale diritto può essere esercitato.

Due principi sono particolarmente centrali: necessità e proporzionalità.

La regola della necessità richiede che qualsiasi uso della forza in autodifesa sia indispensabile per fermare o prevenire un attacco in corso. Se l’azione militare è principalmente una ritorsione o una punizione, piuttosto che un tentativo di fermare una minaccia immediata, la giustificazione legale si indebolisce.

La regola della proporzionalità limita invece la portata e l’intensità della risposta. L’azione militare deve essere limitata a ciò che è ragionevolmente necessario per neutralizzare la minaccia.

In termini pratici, ciò significa che alcuni obiettivi potrebbero rientrare nei limiti dell’autodifesa legittima. Ad esempio:

Un attacco diretto contro hangar, installazioni radar o personale direttamente coinvolto negli attacchi contro l’Iran potrebbe soddisfare il requisito di proporzionalità.

Tuttavia, l’argomento legale si indebolirebbe significativamente se le forze iraniane prendessero di mira infrastrutture civili come impianti petroliferi, reti elettriche o altre strutture non direttamente coinvolte nelle operazioni militari.

In tali casi, la risposta potrebbe essere interpretata come un superamento dei limiti dell’autodifesa legittima.

Lo status di “co-belligerante” cambia il Quadro Giuridico?

Un altro concetto sollevato dagli esperti di diritto internazionale è quello della co-belligeranza.

Quando uno Stato consente consapevolmente che il proprio territorio venga utilizzato per operazioni militari offensive contro un altro Paese, può di fatto entrare nel conflitto.

In tali circostanze non può più essere considerato uno Stato neutrale secondo il quadro giuridico stabilito dalle Convenzioni dell’Aia sulla neutralità in tempo di guerra.

Fornendo basi, spazio aereo o infrastrutture logistiche per operazioni militari, lo Stato ospitante potrebbe essere visto come qualcuno che mette il proprio territorio e le proprie risorse a disposizione di una delle parti in conflitto.

Se questa soglia viene superata, il teatro di guerra può estendersi legalmente anche al territorio di quello Stato.

Questa interpretazione complica notevolmente la narrativa secondo cui gli Stati del Golfo sarebbero semplici ospiti passivi di dispiegamenti militari stranieri.

Una crisi di responsabilità?

L’espansione della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele sta sollevando questioni giuridiche complesse riguardanti sovranità, neutralità e limiti dell’autodifesa.

Sebbene l’Iran debba comunque operare entro i limiti di necessità e proporzionalità per sostenere una rivendicazione legale di autodifesa, la responsabilità per l’allargamento del campo di battaglia non ricade esclusivamente su Teheran.

Il diritto internazionale suggerisce che gli Stati non possono mettere il proprio territorio a disposizione per operazioni militari e allo stesso tempo pretendere le protezioni riservate agli attori neutrali.

Se forze militari straniere sono autorizzate a condurre attacchi da basi situate entro i loro confini, quelle basi possono diventare obiettivi legittimi secondo la logica dell’autodifesa.

In questo senso, la crisi legale che si sta sviluppando nel Golfo riflette una più ampia erosione delle norme che regolano la sovranità e la guerra.

Secondo una lettura rigorosa del diritto internazionale, uno Stato non può fornire gli strumenti della guerra aspettandosi allo stesso tempo i privilegi della pace.

(The Palestine Chronicle)