Un’altra bara, altre parole: Quanti discorsi serviranno per liberare Gaza?

Dr. Munir al-Bursh, director-general of Gaza’s Health Ministry, lost his son Basir in an Israeli strike, nearly three years after his 13-year-old daughter, Jinan, was killed in December 2023. (Photo: Musaab al-Sharif, X)

By Ramzy Baroud

Gaza non può permettersi di aspettare. Mentre le parole risuonano nelle sale delle Nazioni Unite, i bambini continuano a essere uccisi davanti alle loro famiglie.

Quando ho visto per la prima volta le immagini del medico di Gaza Munir al-Bursh e della sua famiglia inginocchiati accanto al corpo del figlio, avvolto in un sudario bianco e circondato da persone in lutto, ho pensato che fosse un vecchio video. Non lo era.

La mia impressione, però, era comprensibile. Nel dicembre 2023, appena pochi mesi dopo l’inizio del genocidio israeliano a Gaza, la famiglia al-Bursh è stata colpita da un attacco israeliano. Il dottor Munir, direttore generale del ministero della Salute di Gaza, è rimasto ferito, insieme ad altri familiari. Sua figlia Jinan, di appena 13 anni, è stata uccisa.

Quello stesso giorno, il medico tanto amato a Gaza è tornato al lavoro, insieme ai tanti colleghi che in tutta la Striscia cercavano di salvare vite mentre la macchina di morte israeliana ne stroncava a migliaia.

Purtroppo, le ultime immagini non erano un vecchio filmato tornato a circolare. Era una nuova bara, un nuovo funerale, un altro figlio sepolto dalla stessa famiglia. Questa volta, l’attacco è avvenuto durante quello che alcuni media continuano a chiamare il “cessate il fuoco a Gaza”.

Il 19 settembre, un attacco con un drone israeliano ha ucciso Basir, il figlio maggiore di al-Bursh, all’esterno di una tenda a ovest del campo profughi di Jabaliya.

“Eravamo insieme, fianco a fianco”, ha ricordato il padre in lutto. Basir lo aveva avvertito: “Gli israeliani stanno prendendo di mira entrambi”. Pochi istanti dopo, suo figlio è uscito dalla tenda ed è stato ucciso.

È comprensibile confondere il presente di Gaza con il suo recente passato. Le immagini di oggi sono quasi indistinguibili da quelle che hanno preceduto il cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025. La sequenza si ripete con una familiarità terribile: attacchi israeliani, bombardamenti e fuoco dei cecchini; palestinesi uccisi; familiari in lutto che trasportano i propri morti lungo le strade distrutte di Gaza, cercando tra le macerie un luogo dove seppellirli.

La storia di al-Bursh è parte di questa terribile continuità, ma il suo significato va oltre il lutto personale. Durante il genocidio, lui e altri medici palestinesi sono diventati di fatto i portavoce di Gaza. Hanno contato i morti e i feriti, documentato la fame e la distruzione e raccontato il collasso del sistema sanitario dall’interno degli ospedali. Sono così diventati la più alta autorità morale di Gaza, più credibili dei politici e dei leader autoproclamati.

E il mondo li ha ascoltati. I medici di Gaza hanno costruito con la società civile internazionale un legame che nessuna istituzione politica avrebbe potuto creare.

Forse questo contribuisce a spiegare il prezzo spaventoso che la comunità medica di Gaza è stata costretta a pagare. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, dal 2023 sono stati uccisi più di 1.700 operatori sanitari, mentre si sono registrati almeno 920 attacchi contro il sistema sanitario.

Il dottor Hussam Abu Safiya, come il dottor al-Bursh, è diventato un simbolo di questa resistenza dei medici. Il direttore dell’ospedale Kamal Adwan è rimasto al suo posto durante l’assedio e i ripetuti attacchi israeliani, fino a quando le forze israeliane lo hanno arrestato nel dicembre 2024. È tuttora detenuto senza accuse né processo, mentre il suo avvocato denuncia pestaggi e un peggioramento delle sue condizioni di salute.

Il dottor al-Bursh, intanto, continua a resistere, nonostante i ripetuti colpi che avrebbero spezzato molti altri. Anche sua moglie incarna il sumud, la tradizione palestinese della perseveranza, coltivata in famiglia e tramandata da una generazione all’altra.

Persino nelle ore immediatamente successive all’uccisione del figlio, al-Bursh ha continuato a denunciare il collasso del sistema sanitario di Gaza. Gli ospedali sono stati infatti costretti a sospendere gli interventi chirurgici programmati e le prestazioni ambulatoriali, mentre persistono gravi carenze di carburante, medicinali e attrezzature.

“Le limitate quantità di carburante che raggiungono la Striscia riescono a malapena a tenere in vita le strutture sanitarie”, ha avvertito al-Bursh il giorno dopo l’assassinio del figlio.

Le sue parole sono arrivate mentre i leader mondiali si riunivano a migliaia di chilometri di distanza, a New York, per l’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

E ancora una volta, la Palestina ha risuonato in un discorso dopo l’altro, anche se questa volta le parole esprimevano una nuova urgenza.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha condannato “il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza”. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha descritto lo sterminio di massa compiuto da Israele come caratterizzato da “una portata di uccisioni e distruzione senza precedenti rispetto a tutto ciò a cui ho assistito” durante il suo mandato. Persino il presidente francese Emmanuel Macron ha definito Gaza “uno spettacolo che ci fa vergognare tutti”, chiedendo: “Quanto vale la nostra credibilità se restiamo inerti di fronte a Gaza?”

Poi è arrivato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Decine di delegati hanno abbandonato l’aula mentre si avvicinava al podio, lasciando intere file di posti vuoti, mentre le proteste proseguivano fuori dalla sede dell’ONU. Netanyahu ha risposto definendo chi se ne era andato “codardi morali”.

A questo punto, ci si potrebbe soffermare a parlare di un’inversione di tendenza, di equilibri che cambiano e di un mondo che lentamente si sottrae alla presa esercitata per decenni da Israele e dal suo benefattore americano.

Ma Gaza non può permettersi di aspettare. Mentre le parole risuonano nelle sale delle Nazioni Unite, i bambini continuano a essere uccisi davanti alle loro famiglie. I funerali di massa continuano a scandire la vita quotidiana di Gaza. Circa 1,7 milioni di persone sono ancora sfollate, molte in ripari inadeguati, senza sufficiente acqua pulita né servizi igienico-sanitari. Gli ospedali restano paralizzati. E sopra questo paesaggio di rovine, i droni continuano a sorvolare Gaza.

Da oggi alla prossima Assemblea generale dell’ONU passerà un anno intero: 365 giorni durante i quali quelle parole potranno assumere un significato concreto oppure diventare l’ennesima voce nel lungo archivio dei discorsi sulla Palestina. C’è però tempo perché la retorica si traduca in scelte politiche: perché si impongano sanzioni, si avviino boicottaggi, si facciano arrivare aiuti adeguati e si chiamino i responsabili dei crimini di guerra a rispondere delle proprie azioni.

Fino ad allora, il dottor Munir al-Bursh e migliaia di uomini e donne di Gaza continueranno a resistere tra ospedali devastati, case distrutte e una popolazione stremata.

La loro capacità di resistere è straordinaria. Ma non si può pretendere che Gaza continui a sopportare soltanto perché ha dimostrato di saperlo fare.

A New York, si parla della Palestina dal podio. A Gaza, i palestinesi continuano a essere portati alla sepoltura.

È tempo di colmare la distanza tra le parole e le azioni, una volta per tutte.

(Leggi l’articolo originale in inglese qui)

- Ramzy Baroud is a journalist and the Editor of The Palestine Chronicle. He is the author of six books. His latest book, co-edited with Ilan Pappé, is “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out”. Dr. Baroud is a Non-resident Senior Research Fellow at the Center for Islam and Global Affairs (CIGA). His website is www.ramzybaroud.net

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