Israele è ancora in gioco: La lezione mancata del Sudafrica

Ireland defeated Israel 3-0 in a Nations League match marked by boycott demands, player protests and widespread solidarity with Palestine. (Photo: Video grab)

By Ramzy Baroud

Finché a Israele sarà consentito di competere, lo Stato dell’apartheid continuerà a trovare il modo di rientrare nella comunità sportiva internazionale.

Lo stadio è vuoto, ma Israele è ancora in gioco.

Sebbene ogni forma di isolamento dei responsabili del genocidio sia benvenuta, il crescente movimento per il boicottaggio sportivo di Israele non è ancora riuscito a tradurre la solidarietà in un isolamento concreto sul terreno dello sport.

Due sviluppi recenti illustrano questa contraddizione.

Il primo è la decisione di Alkmaar, città olandese a nord di Amsterdam, di vietare ai tifosi della squadra israeliana Hapoel Be’er Sheva di assistere alla partita di Europa League del 15 ottobre contro l’AZ Alkmaar, all’AFAS Stadium.

La decisione è arrivata dopo gli scontri che hanno accompagnato la partita Ajax–Maccabi Tel Aviv ad Amsterdam nel novembre 2024, quando alcuni tifosi israeliani sono stati filmati mentre intonavano cori razzisti, strappavano bandiere palestinesi e affrontavano gli abitanti del posto.

Comportamenti del genere sono tutt’altro che insoliti in alcuni settori del tifo calcistico israeliano, i cui cori razzisti contro i palestinesi comprendono i famigerati “Morte agli arabi” e “Bruciate il vostro villaggio”. Durante gli scontri di Amsterdam del novembre 2024, alcuni sostenitori del Maccabi Tel Aviv sono stati anche filmati mentre cantavano che a Gaza non erano rimasti “più bambini”.

Queste manifestazioni di razzismo incontrano una resistenza crescente tra il pubblico internazionale, che in larga parte non accetta più l’immagine di democrazia, civiltà ed eccezionalità morale che Israele ha coltivato con tanta cura. Il genocidio a Gaza ha infranto queste illusioni.

Ma i tifosi israeliani devono fare i conti anche con un’altra realtà: il crescente isolamento e la consapevolezza che la loro presenza è sempre meno gradita negli spazi sportivi ai quali un tempo davano per scontato di poter accedere. Anziché favorire una riflessione critica, il risentimento che ne deriva si traduce in ulteriore ostilità, scontri e insulti razzisti.

Il secondo sviluppo risale al 4 ottobre, quando la partita di Nations League tra Irlanda e Israele è stata trasferita in Serbia e disputata a porte chiuse.

La Federcalcio irlandese ha addotto ragioni organizzative e di sicurezza. Ma il segnale è chiaro: il crescente movimento di solidarietà in Irlanda ha espresso con forza la propria opposizione agli incontri sportivi con una squadra che rappresenta uno Stato responsabile del genocidio a Gaza.

Insieme alle frequenti proteste durante gli eventi sportivi internazionali che coinvolgono squadre israeliane, alle bandiere palestinesi sventolate sugli spalti e alle crescenti richieste di escludere Israele dalle competizioni internazionali, questi sviluppi indicano che lo sport sta diventando un terreno sempre più importante di solidarietà e boicottaggio.

Resta però una domanda: tutto questo è sufficiente?

La risposta potrebbe trovarsi nell’esperienza sudafricana, dove la solidarietà in ambito sportivo si è progressivamente trasformata in un boicottaggio internazionale complessivo.

Le campagne internazionali per il boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid hanno cominciato a prendere slancio negli anni Cinquanta, estendendosi gradualmente agli ambienti accademici, ai movimenti e alle organizzazioni politiche.

Il boicottaggio sportivo organizzato ha iniziato a strutturarsi nel 1959, con la nascita della South African Sports Association, diventando presto uno degli elementi centrali del più ampio movimento di boicottaggio.

Da allora si è affermata l’idea che la società bianca sudafricana abbia avvertito davvero il peso dell’isolamento internazionale soltanto quando il boicottaggio sportivo ha preso piede.

È una lettura fondata, ma richiede alcune precisazioni importanti. Anni di lavoro intellettuale e politico sono stati essenziali per ampliare la base degli attivisti e costruire le reti che hanno poi reso possibile il boicottaggio sportivo.

In altre parole, il lavoro preparatorio è stato indispensabile. Senza di esso, il Sudafrica avrebbe potuto non essere mai escluso dai Giochi olimpici del 1964, né definitivamente espulso dal movimento olimpico nel 1970.

Si può affermare con sicurezza che i palestinesi abbiano già gettato le basi necessarie per rendere il loro movimento di boicottaggio realmente globale, estendendolo oltre gli ambienti accademici ad altri ambiti della mobilitazione popolare.

Il movimento sudafricano contro l’apartheid ha però potuto contare su un vantaggio che i palestinesi non hanno ancora ottenuto.

Nel 1976, diversi Paesi africani hanno boicottato le Olimpiadi di Montréal per protestare contro i rapporti sportivi della Nuova Zelanda con il Sudafrica dell’apartheid.

Un anno dopo è arrivato l’Accordo di Gleneagles, con cui i governi del Commonwealth si sono impegnati a scoraggiare i contatti sportivi con il Sudafrica.

Nel tempo, il boicottaggio ha stretto la sua morsa, isolando sempre più il Sudafrica dell’apartheid dalla comunità sportiva internazionale.

Considerando che quanto sta accadendo in Palestina va oltre l’apartheid e assume la forma del genocidio, si può sostenere che la risposta dello sport internazionale resti ben al di sotto del livello di solidarietà dimostrato a chi viveva sotto l’apartheid in Sudafrica.

I Paesi che sostengono la Palestina non hanno proclamato un analogo boicottaggio collettivo degli eventi sportivi che coinvolgono Israele, né hanno escluso i Paesi che sostengono il genocidio israeliano a Gaza.

Le squadre israeliane continuano a competere, subendo le conseguenze dell’indignazione popolare anziché un’azione coordinata dei governi e degli organismi sportivi internazionali volta a chiamare Israele a rispondere delle proprie responsabilità.

La pressione sulla FIFA, sulla UEFA, sul Comitato olimpico internazionale e sulle altre istituzioni sportive deve continuare a crescere. Occorre però essere realisti: difficilmente questi organismi potenti, che generano enormi profitti, compiranno scelte morali se una pressione costante non li costringerà a farlo.

Singoli atleti hanno invece già dimostrato il coraggio morale che manca a queste istituzioni, anteponendo spesso le proprie convinzioni al guadagno personale, alla fama e persino alla carriera.

Tra loro c’è il judoka algerino Fethi Nourine, che ha ricevuto una sospensione di dieci anni dopo essersi ritirato dalle Olimpiadi di Tokyo per non rischiare di affrontare un avversario israeliano. Anche il judoka sudanese Mohamed Abdalrasool si è rifiutato di gareggiare contro un avversario israeliano, ritirandosi dall’incontro olimpico in programma.

Altrettanto meritevole di riconoscimento è il portiere irlandese Gavin Bazunu, che si è rifiutato di partecipare alle recenti partite di Nations League contro Israele. “La mia decisione si basa esclusivamente sulla mia convinzione personale che uccidere persone innocenti sia sbagliato”, ha dichiarato.

Ma la verità resta questa: con o senza spettatori, finché a Israele sarà consentito di competere, lo Stato dell’apartheid continuerà a trovare il modo di rientrare nella comunità sportiva internazionale, senza rispondere delle proprie responsabilità e senza neppure porre fine al genocidio tuttora in corso a Gaza.

- Ramzy Baroud is a journalist and the Editor of The Palestine Chronicle. He is the author of six books. His latest book, co-edited with Ilan Pappé, is “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out”. Dr. Baroud is a Non-resident Senior Research Fellow at the Center for Islam and Global Affairs (CIGA). His website is www.ramzybaroud.net

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