In un campo per sfollati di Gaza, cinque bambine immaginano città dove nessun bambino soffre la fame e anche i giorni qualunque tornano a essere belli.
In guerra, i bambini hanno poche cose da mettere in salvo. Non possono portarsi sulle spalle la casa, la scuola, l’albero sotto cui si sedevano o la strada che percorrevano ogni mattina. Fuggono con quello che riescono a portare: un pezzo di pane, una bambola, una fotografia, una coperta, magari una matita spezzata che finisce in una piccola tasca. Ma c’è qualcos’altro che i bombardamenti non riescono a raggiungere facilmente: l’immaginazione.
Così, quando le tende sono diventate troppo piccole per le famiglie, quando il cielo si è riempito di aerei e le giornate sono diventate così pesanti da trasformare persino il domani in una domanda che fa paura, cinque bambine si sono sedute insieme in un campo per sfollati e hanno cominciato a costruire le proprie città.
Queste città non comparivano su nessuna mappa. Nessuno ne aveva mai sentito parlare e per entrarci non serviva un passaporto, né bisognava attraversare un posto di blocco. Ognuna ha scelto una città che amava, poi ha cominciato a proteggerla dai bombardamenti con l’immaginazione. Tutte sapevano che la guerra poteva distruggere una casa, ma nessuna voleva che distruggesse anche ciò che custodiva dentro di sé.
Sono nate così cinque città insolite e bellissime: la Città dello Zucchero, la Città del Gioco, la Città dei Vestiti, la Città della Frutta e la Città delle Storie. Cinque città costruite non con il cemento, ma con i sogni di cinque bambine che hanno conosciuto la guerra prima di avere la possibilità di conoscere il mondo come avrebbero dovuto.
Maryam Hassan, 11 anni: La Città dello Zucchero
Maryam parlava dello zucchero come se stesse descrivendo un paese lontano in cui aveva vissuto per molti anni. Diceva che nella Città dello Zucchero non servivano grandi fabbriche, perché lo zucchero cresceva come l’erba. Al mattino spuntava dal terreno, i granelli brillavano al sole e i bambini lo raccoglievano con le mani per portarlo a casa.
Nella città di Maryam, nessun negozio aveva le porte chiuse. Nessun bambino si fermava davanti a una vetrina a guardare una caramella, per poi rimettere la mano in una tasca vuota perché non poteva comprarla. Ogni bambino poteva prenderne una: non soltanto perché tutto era gratuito, ma perché nessuno voleva che un bambino imparasse così presto cosa significa dover rinunciare.
Al centro della città c’era un piccolo forno che riempiva l’aria del mattino con il profumo del pane e dei dolci. Maryam diceva che il profumo del pane contava più del sapore dello zucchero, perché faceva pensare che tutto sarebbe andato bene. La sera, tornando dai giochi, i bambini trovavano davanti a casa piccoli bicchieri di latte e caramelle.
La cosa che Maryam amava di più della sua città era che nessuno diceva mai a un bambino di aspettare finché non ci fosse stato qualcosa da mangiare. Forse sapeva fin troppo bene cosa significasse aspettare il cibo, guardare il viso della madre sapendo che non aveva nulla da offrirle.
Quando le ho chiesto che cosa temesse di più per la sua città, non ha parlato delle case né delle strade.
“Ho paura che i bombardamenti arrivino fino al forno”, ha detto. Poi è rimasta in silenzio e ha aggiunto: “Perché non voglio che un bambino vada a dormire affamato”.
Parlava di una città immaginaria, ma la fame che descriveva era fin troppo reale.
Hind Alwan, 13 anni: la Città del Gioco
Hind non ha costruito una città silenziosa. Forse perché, in guerra, anche il silenzio può fare paura. Voleva una città sempre piena di suoni: una grande ruota che gira, piccole automobili in movimento, bambini che salgono su un lungo trenino e scendono ridendo.
Diceva che nella Città del Gioco non esisteva il divieto di giocare. Anche quando pioveva, le giostre continuavano a girare. Anche di notte, le luci restavano accese. Nella sua città, i bambini non avevano mai paura di un rumore forte, perché ogni rumore forte veniva da una giostra, mai da una bomba.
Hind conosceva bene ogni dettaglio della sua città. C’erano un cavallo di legno bianco che amava, un’enorme ruota che chiamava “la Luna” e una sala degli specchi dove i bambini ridevano delle proprie immagini deformate. Ma più delle giostre desiderava un’altra cosa: che i bambini potessero correre senza voltarsi indietro.
Nel campo, correre era diverso. A volte un bambino correva perché qualcuno lo chiamava. A volte perché la paura lo spingeva a farlo. A volte perché voleva allontanarsi dal rumore dei bombardamenti. Nella città di Hind, i bambini correvano soltanto per la gioia di correre.
Per questo la sua attrazione preferita non era la grande ruota né il trenino, ma qualcosa di molto semplice: un immenso prato verde dove i bambini potevano correre dove volevano.
“E se i bombardamenti arrivassero nella tua città?”, le ho chiesto.
Mi ha guardato e ha risposto: “Non ci troverà”.
Poi ha spiegato che i bambini della sua città conoscevano un luogo segreto sottoterra. Ma non era un rifugio. Era una stanza piena di giocattoli, libri e dolci. Nell’immaginazione di Hind, anche sopravvivere doveva essere bello.
Salma Al-Najjar, 12 anni: KLa Città dei Vestiti
Forse Salma era la più legata alle piccole cose. Sapeva che la guerra non porta via alle persone soltanto le cose grandi. A volte comincia da una maglietta pulita, un paio di scarpe nuove o un vestito che una bambina sognava di indossare in un’occasione speciale.
Per questo Salma ha scelto la Città dei Vestiti. Diceva che nella sua città non c’era un solo negozio di abbigliamento, ma intere strade piene di vestiti. Gli abiti erano appesi ai balconi, le scarpe disposte in ordine davanti alle case, i cappelli avevano innumerevoli colori e c’erano cappotti per ogni stagione.
Ma Salma non voleva una città piena di vestiti soltanto perché le persone potessero vestirsi bene. Voleva che i bambini ritrovassero il diritto di scegliere.
In guerra, i bambini hanno ben poco da scegliere. Non scelgono dove dormire, quando partire, cosa mangiare e, a volte, nemmeno cosa indossare. Si vestono con quello che arriva e usano quello che trovano. Così Salma ha creato una città dove un bambino può entrare in un negozio e dire: “Voglio questa maglietta, questo cappello e queste scarpe”.
Nella sua città c’era un enorme specchio davanti al quale i bambini potevano stare da soli, e nessuno poteva prenderli in giro. Salma voleva che ogni bambino, guardandosi, vedesse qualcosa di bello.
Mi ha raccontato che nella sua città aveva un vestito rosso e che un giorno lo avrebbe indossato: non per un matrimonio o una festa, ma in un giorno qualunque.
Quando le ho chiesto perché proprio un giorno qualunque, ha risposto: “Perché voglio che i giorni normali tornino a essere belli”.
Forse non sapeva che questa era una delle cose più difficili da desiderare per una bambina che aveva vissuto la guerra: un giorno normale.
Maha Al-Sheikh, 14 anni: La Città della Frutta
Maha era la più grande delle cinque e la sua città era diversa. Non era una città di giochi o di dolci. Era una città immensa e verde, con così tanti alberi che si poteva camminare per ore senza arrivare alla fine.
Maha ha scelto la frutta perché vi vedeva qualcosa che andava oltre il cibo. In un albero vedeva una promessa di futuro. Nella sua città c’era un enorme melograno sotto il quale si sedeva ogni sera. Quando i frutti maturavano, ognuno trovava qualcuno che ne aveva bisogno prima di cadere a terra.
C’erano aranci, fichi, albicocchi, meli e viti. In mezzo alla città scorreva un piccolo fiume da cui le persone potevano bere senza fare lunghe file né trasportare pesanti recipienti da lontano.
Maha parlava spesso dell’acqua, forse perché ne conosceva fin troppo bene il valore. Diceva che nella sua città nessuno soffriva la sete. Poi ha aggiunto qualcosa di insolito: “Nemmeno gli alberi hanno mai sete”.
Era questa la differenza tra la sua città e tutte le altre città del mondo. Nella Città della Frutta, nessun albero moriva perché l’acqua non arrivava. Nessun frutto veniva buttato via mentre qualcuno che ne aveva bisogno non poteva permetterselo. Tutto cresceva e tutto arrivava a chi ne aveva bisogno.
Quando le ho chiesto cosa avrebbe fatto se una bomba fosse caduta nel mezzo della sua città, ha risposto: “Pianterei un albero nel punto in cui è caduta”.
Non cercava di fare l’eroina. Sapeva semplicemente che la risposta migliore alla distruzione era piantare qualcosa.
Sawsan Zaidan, 10 anni: La Città delle Storie
Sawsan era la più piccola, ma ha scelto la città più difficile da distruggere. Diceva che la Città delle Storie non aveva bisogno di mura, perché le sue porte si aprivano con le parole. Bastava che un bambino dicesse “C’era una volta” e compariva una nuova strada.
Se un bambino scriveva una storia sul mare, appariva il mare. Se scriveva di un uccello, l’uccello volava sopra la città. Se scriveva di una casa, compariva una casa con una grande finestra e un albero davanti.
Nella città di Sawsan, i personaggi non morivano a meno che chi scriveva non lo volesse, e le cose non scomparivano a meno che qualcuno non le dimenticasse. Portava con sé un piccolo quaderno e diceva che ogni pagina poteva diventare una città intera.
La sua paura più grande non era che i bombardamenti distruggessero la biblioteca, ma che i bambini smettessero di scrivere. Per lei, è quando un bambino smette di sognare che la guerra lo ha davvero raggiunto.
Diceva che nella sua città c’era una grande biblioteca, aperta tutto il giorno e piena di libri per i bambini che non potevano comprarli. C’era anche una stanza speciale per le storie scritte dai bambini che avevano vissuto la guerra.
Le ho chiesto perché volesse conservare quelle storie.
“Perché in futuro nessuno possa dire che non siamo mai stati qui”, ha risposto.
Era una frase molto più grande di lei. Un bambino che scrive la propria storia non sta soltanto cercando di immaginare. Sta cercando di lasciare una traccia in un mondo capace di cancellare tutto.
Quando le bambine hanno finito di descrivere le loro città, c’è stato un breve silenzio. Gli aerei erano ancora in cielo. Le tende erano ancora tende. La notte si avvicinava lentamente al campo.
La Città dello Zucchero non esisteva. E nemmeno la Città del Gioco, la Città dei Vestiti, la Città della Frutta o la Città delle Storie. Eppure esistevano altrove: nella mente di cinque bambine che si rifiutavano di lasciare tutto alla guerra.
Forse le bombe possono distruggere una città reale. Possono abbattere una casa, bruciare un libro, mandare in frantumi una finestra, sradicare un albero, chiudere un negozio e cancellare una strada. Ma non sanno come bombardare una città che una bambina ha costruito dentro il proprio cuore.
Per questo, quando alla fine ho chiesto loro: “Quale città sperate che sopravviva?”, nessuna ha risposto. Si sono soltanto guardate.
Forse avevano già capito che le cinque città non erano più cinque. Erano diventate una sola: una città chiamata Speranza.
Questo articolo è apparso in originale in inglese sul Palestine Chronicle.

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