By Romana Rubeo
Il Riesame di Genova ha ordinato la scarcerazione di tre indagati nell’inchiesta sui fondi per la Palestina, mentre Mohammad Hannoun, figura di spicco del movimento palestinese in Italia, resta in custodia cautelare. L’avvocato Fausto Gianelli spiega al Palestine Chronicle perché le cosiddette “prove israeliane” sollevano seri dubbi di ammissibilità processuale.
Il Tribunale del Riesame di Genova ha ordinato la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta della Procura ligure sul presunto finanziamento di Hamas attraverso raccolte fondi solidali destinate alla popolazione palestinese, ridimensionando in modo significativo l’impianto accusatorio.
La decisione, arrivata il 19 gennaio, riporta al centro il nodo dell’utilizzabilità delle prove fornite da Israele, su cui si fondava una parte rilevante dell’indagine.
Il collegio ha disposto la liberazione di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah, mentre Mohammad Hannoun, figura di spicco del movimento palestinese in Italia, resta in custodia cautelare. Secondo RaiNews e Domani, non si tratta di una chiusura del procedimento, ma di una svolta che costringe l’accusa a riconsiderare le basi probatorie del caso.
Il nodo della ‘battlefield evidence’
Uno dei punti più controversi riguarda la cosiddetta battlefield evidence, ossia documenti e materiali che Israele afferma di aver raccolto nel corso delle operazioni militari a Gaza e successivamente trasmesso alle autorità italiane.
Come emerso dall’ordinanza cautelare e come riportato dal quotidiano Il Manifesto, questi materiali non sarebbero arrivati tramite i consueti strumenti di cooperazione giudiziaria internazionale, ma attraverso una consegna diretta da parte di apparati di sicurezza israeliani.
Il Palestine Chronicle Italia ha parlato con Fausto Gianelli, avvocato difensore di alcuni degli indagati, che invita alla cautela ma chiarisce il quadro giuridico.
In merito alla valutazione sull’utilizzabilità delle prove provenienti da Israele Gianelli spiega: “Attendiamo le motivazioni del Tribunale del Riesame, che verranno depositate nei termini previsti. Al momento sappiamo solo che alcune misure sono state annullate e altre confermate”.
Prove senza garanzie processuali
Secondo quanto spiegato da Gianelli al Palestine Chronicle, il problema centrale non riguarda solo la provenienza israeliana dei documenti, ma soprattutto il contesto e le modalità con cui quelle informazioni sarebbero state raccolte. Una parte del materiale, infatti, si fonderebbe su interrogatori e acquisizioni effettuate nei territori occupati, in Israele e in Palestina, al di fuori di qualsiasi cornice di garanzie processuali riconosciute.
Non si tratterebbe di atti formati nell’ambito di procedimenti giudiziari regolari o di cooperazione tra autorità giudiziarie, ma di informazioni raccolte in contesti coercitivi, senza il rispetto dei diritti di difesa, delle regole dell’equo processo e delle minime tutele previste dal diritto internazionale dei diritti umani.
Questo aspetto, secondo la difesa, è dirimente perché impedisce qualunque verifica sull’attendibilità delle fonti e sulle condizioni in cui tali dichiarazioni o materiali sarebbero stati ottenuti.
A ciò si aggiunge l’assenza di una filiera probatoria trasparente. I documenti in questione non consentirebbero di stabilire con certezza il luogo, il tempo e le modalità di acquisizione, né l’identità dei soggetti che li hanno prodotti.
In alcuni casi, si tratterebbe di materiale riconducibile ad apparati di intelligence, consegnato in forma anonima e senza possibilità di risalire a una responsabilità individuale o istituzionale chiaramente identificabile. Secondo la difesa, questa combinazione di fattori rende impossibile l’esercizio del contraddittorio e priva il materiale di qualsiasi affidabilità processuale secondo gli standard dell’ordinamento italiano.
Il ridimensionamento del ‘dossier israeliano’
L’avvocato ha chiarito al Palestine Chronicle che il Tribunale non ha ancora formalmente dichiarato l’inutilizzabilità delle prove israeliane. Tuttavia, l’andamento dell’udienza ha lasciato intendere una precisa direzione.
“Il collegio non ha detto esplicitamente che quelle prove sono inutilizzabili”, osserva Gianelli, “ma dalle domande della presidente e dei giudici è emerso che non le consideravano centrali”.
Secondo la difesa, l’attenzione del Tribunale si sarebbe concentrata soprattutto su intercettazioni e materiale informatico sequestrato in Italia.
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ONG palestinesi e accuse senza riscontri verificabili
Un altro punto emerso riguarda l’assunto israeliano secondo cui le organizzazioni beneficiarie delle raccolte fondi sarebbero direttamente riconducibili al movimento di resistenza palestinese Hamas.
“Israele sostiene che una ventina di enti destinatari siano parte integrante di Hamas”, afferma Gianelli, “ma si tratta di dichiarazioni che si basano su documenti asseritamente trovati durante operazioni militari, senza riscontri verificabili”.
L’avvocato sottolinea inoltre che alcune di queste organizzazioni, negli stessi anni oggetto dell’indagine, hanno ricevuto “finanziamenti da organismi internazionali e dalle Nazioni Unite.”
La posta in gioco oltre il singolo processo
Per la difesa, la decisione del Riesame va ben oltre il singolo procedimento. In gioco c’è il rischio di importare anche in Italia una logica emergenziale che scavalca le garanzie del giusto processo.
“Il processo penale non serve solo a giudicare gli imputati”, conclude Gianelli, “ma a tutelare un sistema democratico. Se accettiamo prove prodotte da apparati militari e di intelligence senza trasparenza e senza possibilità di verifica, allora non è in gioco solo questa indagine, ma l’intero impianto delle garanzie”.
(The Palestine Chronicle)


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