By Elia Buizza
Non si tratta quindi di pacifismo, ma di una presa di posizione coraggiosa contro una guerra ingiusta secondo i criteri che il Catechismo fornisce e che, per un credente, dovrebbero avere autorità maggiore rispetto a qualsiasi legge civile.
L’instabilità mediorientale è oggi più che mai tema di grande attualità: Gerusalemme è il centro del mondo. Proprio lì, dove Cristo stesso è nato, vissuto, morto e risorto, si gioca il destino dell’intero genere umano.
Questa instabilità, in parte naturalmente e fisiologicamente legata alla coesistenza di popoli diversi, è altresì artificialmente alimentata dai potenti del mondo, con Israele e Stati Uniti coalizzati e in prima linea.
Di fronte alle grandi sofferenze dei paesi coinvolti negli scontri con Israele (costante che riguarda tutti i paesi confinanti, il che suggerisce un’evidente responsabilità primaria di questo Stato in relazione alla dolorosa instabilità che colpisce il territorio), una voce si alza autorevole e risuona in ogni angolo della terra: la voce del Romano Pontefice.
Autorità cattolica massima, vicario di Cristo sulla terra, con i suoi appelli costanti alla pace si staglia coraggiosamente contro le continue umiliazioni che i popoli autoctoni delle zone interessate dalla guerra subiscono per scellerate decisioni di leader di nazioni che sulla guerra hanno costruito la propria identità nazionale.
La notizia dell’attacco diretto e frontale di Donald Trump a Papa Leone XIV, seguita tempestivamente dalla contestazione della nostra Presidente Giorgia Meloni, ha rivelato con chiarezza il temperamento di un Presidente che si mostra sempre più inadeguato, con megalomanie che mal si addicono a uno dei principali attori geopolitici in un contesto difficile come quello che stiamo vivendo.
Un atteggiamento, il suo, che non riguarda solo annunci social adolescenziali, ma vite spezzate, famiglie distrutte, bambini senza speranza costretti a crescere orfani tra ciò che rimane di una casa bombardata.
Della drammaticità di questa situazione il Papa è ben consapevole, presumibilmente costantemente informato dal coraggioso Patriarca di Gerusalemme, Cardinale Pierbattista Pizzaballa, che ha sempre coraggiosamente assistito la popolazione palestinese anche sfidando le imposizioni autoritarie del governo israeliano.
È ora che i potenti del mondo prendano atto dell’incorruttibilità degli uomini di Dio.
Il Papa rappresenta Cristo sulla terra e solo a Dio deve obbedienza; il fatto che non sia di gradimento al Presidente americano è assolutamente irrilevante.
Tacciarlo di debolezza sfiora il limite del ridicolo, soprattutto se l’accusa proviene da un presidente che negli ultimi tempi si è dimostrato completamente asservito al governo israeliano, che si presenta come rappresentante di un popolo ammantato di un’aura di intoccabilità costruita abilmente nei secoli passati.
Il ruolo della Santa Sede nel mondo è oggi indubbiamente di grande mediazione, un ruolo delicato che porta il nostro Pontefice a misurare con cautela le parole spese per chiedere con insistenza la pace.
Eppure chi riesce a leggere tra le righe, unendo le dichiarazioni pubbliche di Leone e del Cardinal Pizzaballa, può facilmente farsi un’idea di quale sia effettivamente il problema mediorientale, un problema di lunga data che si allaccia inscindibilmente alle mire espansionistiche di uno stato creato ad arte a metà del secolo scorso e che continua a provocare forti tensioni nell’area.
Non si tratta di politica, come invece sostengono Trump e gli ultimi neocons che gli sono rimasti (avendo perso con quest’ultima uscita il determinante sostegno del mondo cattolico USA), ma di profondo senso della realtà: di fronte alla guerra non si tratta più di destra o sinistra, e il mio personale auspicio è che si possa superare questa bipartizione per catalogare una situazione di instabilità complessa che non può essere compresa attraverso le rigide categorie della politica.
Il vicepresidente americano J.D. Vance, noto per le sue posizioni cattoliche tradizionali, ha sostenuto la posizione del suo presidente, auspicandosi che il Papa parli esclusivamente di questioni morali e non si occupi di politica.
È strano, soprattutto per un cattolico di orientamento tradizionale, dover ricordare che la morale è intrinsecamente legata alla politica, soprattutto nella misura in cui certe decisioni politiche non solo hanno inevitabili ricadute morali, ma sono anche pienamente sindacabili con gli strumenti morali che la Chiesa ha sempre fornito ai fedeli per la lettura della storia.
Va da sé che contestare il Pontefice attribuendogli un orientamento politico tendente a sinistra solo perché condanna la guerra intrapresa da USA e Israele e invoca la pace non è solo impensabile, soprattutto per un cattolico, ma è anche teologicamente scorretto, tradizionalmente insegnando la Chiesa il principio di “bellum iustum” (si veda San Tommaso d’Aquino a tal proposito), oggi enunciato espressamente dai numeri 2307 e ss del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Non si tratta quindi di pacifismo, ma di una presa di posizione coraggiosa contro una guerra ingiusta secondo i criteri che il Catechismo fornisce e che, per un credente, dovrebbero avere autorità maggiore rispetto a qualsiasi legge civile.
Di una cosa va dato merito al Presidente Trump: ha riunito cattolici di ogni sensibilità a difesa del papato e addirittura tutti gli schieramenti politici a difesa del nostro Paese che si è schierato con coraggio e all’unanimità a difesa del Papa e del governo italiano, accusato di aver “tradito” la fiducia di un uomo di 79 anni dal temperamento impulsivo con problematiche emotive non indifferenti; nulla di particolarmente grave, se non fosse il Presidente degli Stati Uniti d’America.
In tutto questo un’immagine rimane impressa nella storia e nelle coscienze: un Romano Pontefice che sorride e afferma con serenità: “Io non ho paura di Trump, parlo del Vangelo e continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”.
Il leone ha ruggito e forse è bene se l’aquila a stelle e strisce vola lontano, con l’augurio e la speranza reale che prima o poi ci sia una vera conversione del cuore di ogni uomo a Cristo, sommo bene e condizione imprescindibile affinché si realizzi davvero un mondo di pace.


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