DdL antisemitismo: La repressione pedagogica della mobilitazione

È stato approvato al Senato il cosiddetto Ddl anti-semitismo o legge Romeo o Ddl-1004. (Photo: Di Fratello.Gracco/ Wikimedia)

By Mattia Giampaolo

È evidente che, in un momento in cui lo Stato israeliano è accusato di aver commesso numerosi crimini e un genocidio, strumenti come questo assumono un ruolo significativo nelle politiche di vari governi che si sono impegnati a difendere con fermezza le operazioni militari israeliane a Gaza.

È stato approvato al Senato il cosiddetto Ddl anti-semitismo o legge Romeo o Ddl-1004, una legge lungamente discussa che ha visto, prima della sua approvazione, diverse proposte, tutte molto simili, da diversi partiti italiani della destra e della sinistra. Erano infatti 5 le proposte presentate dal Partito Democratico, da Italia Viva, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega.

Proprio quest’ultima è quella che è riuscita a passare in discussione al Senato ed è stata proposta dal senatore della Lega Salvini Premier – Partito Sardo d’Azione, Massimiliano Romeo, membro della Commissione permanente Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica. I dettagli sul background del Senatore non sono secondari, ma vanno a completare un quadro che ha una sua logica sugli effetti che questo disegno di legge avrà su tutte le persone che in un modo o nell’altro entreranno nei radar della nuova legislatura contro l’antisemitismo in Italia.

Partiamo dall’inizio. Tutte le proposte di legge presentate avevano un comun denominatore, la presenza della Definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA). Una definizione più volte criticata da parte di accademici, esperti legali, decisori politici e attivisti soprattutto per la presenza di alcuni punti che non solo controbattevano i riflussi di antisemitismo a livello internazionale, ma si estendeva nel criminalizzare qualsiasi critica nei confronti dello Stato d’Israele.

Questo è stato particolarmente evidente in Stati dove la definizione è stata adottata a livello nazionale come Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Un modo che da un lato mira alla censura delle critiche a Israele e dall’altro a designare linee rosse atte a costruire un’autolimitazione del posizionamento politico e culturale di chi oggi si pone in opposizione a Israele.

Diciamolo chiaro, il Ddl non criminalizza in sé le manifestazioni per la Palestina, tuttavia è indubbio che di fronte alla repressione del discorso politico questa finisca per influire anche sulla presa di coscienza delle persone rispetto alla natura dello Stato ebraico e alle sue azioni contro la popolazione palestinese.

La base del disegno di legge: la definizione dell’IHRA

La definizione di antisemitismo dell’IHRA è stata pubblicata nel 2016 con l’obiettivo di definire in maniera ‘chiara’ cos’è l’antisemitismo. Sebbene la definizione in sé rimanga piuttosto vaga, gli undici esempi esplicativi che la accompagnano evidenziano diverse criticità, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di criticare lo Stato di Israele, la sua natura e le sue azioni.

È evidente che, in un momento in cui lo Stato israeliano è accusato di aver commesso numerosi crimini e un genocidio, strumenti come questo assumono un ruolo significativo nelle politiche di vari governi che si sono impegnati a difendere con fermezza le operazioni militari israeliane a Gaza e l’occupazione dei territori in Cisgiordania.

Non è casuale che, degli undici esempi esplicativi della definizione, ben sette riguardino Israele. Due in particolare risultano significativi per comprenderne la logica: il primo riguarda il negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele rappresenti un’espressione di razzismo; il secondo riguarda il paragone tra le politiche israeliane contemporanee e quelle della Germania nazista.

Ridurre l’autodeterminazione ebraica al solo Stato di Israele non è solo riduttivo, ma trascura anche diversi elementi che, sebbene spesso marginalizzati nel dibattito dominante, hanno rappresentato una componente importante della riflessione politica all’interno delle comunità ebraiche europee e non solo. Un esempio è la corrente dell’Haskalah, l’Illuminismo ebraico, che si ispirava ai principi della Rivoluzione francese e al motto di “abbattere le mura del ghetto”, promuovendo l’integrazione e l’assimilazione nelle società di appartenenza. Da questa sono nate diverse correnti (anche il sionismo), ma limitare, anzi concentrare il concetto di autodeterminazione ebraica al solo Stato di Israele, significa mettere in discussione le politiche di diversi stati del mondo in cui gli ebrei vi risiedono. Certo, non servirebbe scomodare determinate categorie, così come non è questa la sede per sviluppare un dibattito serio sull’autodeterminazione ebraica in Europa, tuttavia, rimandare a determinati concetti probabilmente potrebbe far emergere i nodi europei (e solo europei!) rispetto al suo rapporto con l’ebraismo.

Perché dire questo? Perché ripercorrere le tappe del pensiero politico in seno alle comunità ebraiche europee dell’epoca e quelle di oggi, significa andare ad analizzare anche la natura del progetto sionista in Palestina e di quanto il sionismo in sé, e la conseguente costituzione dello Stato ebraico in Palestina, non sia altro che il risultato di concetti propriamente europei come nazionalismo e colonialismo. Negarli non solo non restituisce alla Storia e alla ricerca storiografica credibilità scientifica, ma significa anche negare che la cacciata dei palestinesi e della Nakba non sia mai avvenuta.

Il secondo punto esplicativo dell’IHRA è quello relativo al paragone tra nazismo e azioni dei governi israeliani. Anche in questo caso, non bisogna farsi trarre in inganno dalla parola. È vero, le analogie storiche sono spesso ingannevoli e in questo periodo di svuotamento semantico ed etimologico dei lemmi non aiuta. Tuttavia, se oggi la critica alle azioni israeliane è di fatto tacciata di anti-semitismo (basti pensare a Netanyahu che accusa di antisemitismo anche le alte cariche di Stati avversi al suo regime), e l’antisemitismo è diventato un unicum definitorio per tacciare gli oppositori di Israele, allora anche il nazismo -inteso come ideologia della negazione di ogni diritto umano fondamentale- possa essere utilizzato per descrivere le azioni israeliane a Gaza (privazione dei beni di prima necessità, roghi di libri, uccisioni a sangue freddo e disumanizzazione dell’individuo palestinese.

Chi scrive non ritiene in alcun modo che il sionismo o le politiche dei governi israeliani possano essere considerati alla stregua del nazismo. Semplicemente non lo sono, per evidenti ragioni storiche, politiche e ideologiche. Chi ha elaborato la definizione dell’IHRA sa perfettamente che, quando tale paragone viene utilizzato, non lo si fa per una reale convinzione storica, ma per una ragione retorica semplice e immediata. L’ideologia nazista, infatti, alla luce degli orrori commessi contro gli ebrei e contro minoranze e gruppi politici, è invece il simbolo stesso del male assoluto; per questo motivo l’aggettivo “nazista” viene spesso impiegato proprio per evocare quell’idea di male estremo.

Ciò che la definizione dell’IHRA intende invece affermare è che Israele non possa essere accusato di crimini assimilabili a quelli nazisti. Quando l’IHRA fu istituita — anche se la definizione operativa sarebbe arrivata solo successivamente — Gaza non era ancora divenuta, nella narrazione politica israeliana, il simbolo assoluto della minaccia. Questo sarebbe avvenuto l’anno seguente, dopo la vittoria elettorale di Hamas. Oggi, tuttavia, nel contesto delle accuse di genocidio mosse contro Israele per le operazioni militari contro i palestinesi — accuse che chi scrive ritiene fondate — quel passaggio della definizione assume un significato politico particolarmente rilevante.

Ed è proprio a partire dal genocidio palestinese e dalle mobilitazioni popolari che hanno portato migliaia e migliaia di persone nelle piazze che si è sentita l’esigenza di porre un freno (forse meglio dire reprimere) queste pulsioni dal basso che non solo si oppongono a Israele, ma hanno messo in dubbio l’intera struttura narrativa, politica ed economica che ha sostenuto la cosiddetta ‘unica democrazia del Medio Oriente’.

Il Ddl Romeo: tra censura e stretta repressiva contro il sapere

Il Ddl Romeo è il culmine di un processo politico che va avanti ormai da diversi anni, ben prima del 7 ottobre. È un processo comune a tutto il mondo occidentale e a quella sovrapposizione concettuale che vede l’antisionismo e l’antisemitismo la due facce della stessa medaglia. Nulla di più falso per qualsiasi persona minimamente in buona fede.

Un processo politico che vede una comunanza di vedute in quasi tutti i partiti dell’arco parlamentare che da anni ormai portavano avanti una difesa a spada tratta delle necropolitiche israeliane contro il popolo palestinese e che non hanno mai alzato un dito contro la continua colonizzazione delle terre palestinesi.

Due immagini vengono alla mente: una del maggio del 2021, durante la cosiddetta Intifada dell’Unità, quando dopo l’inizio dei bombardamenti e la repressione sistematica dei palestinesi a Gaza e in tutta la Palestina, tutti i partiti dell’allora governo Draghi, si riunirono al Ghetto di Roma per mostrare solidarietà a Israele per gli attacchi ricevuti. Un secondo esempio è rappresentato dalla manifestazione per l’Europa tenutasi a Roma, dove, sebbene con toni diversi, nessuno ha osato nominare Israele né il genocidio che sta portando avanti contro i palestinesi. Al contrario, si sono esaltati i cosiddetti ‘valori europei’, in perfetta continuità con quell’eurocentrismo che da sempre caratterizza il discorso politico e culturale del continente.

In questo contesto, si spiegano le diverse proposte di legge contro l’antisemitismo (solo ebraico, come se gli ‘arabi’ non fossero tali) proposte dai vari partiti. Tutti, come già detto, convinti di combattere l’odio anti-ebraico (che esiste ancora oggi ed è innegabile), ma con una chiara volontà di mettere a tacere il dissenso contro le politiche israeliane e la complicità occidentale.

Un processo politico, quello che ha portato al disegno di legge, che inizia per la precisione nel 2020 quando venne istituita una strategia nazionale contro l’antisemitismo e che vedeva la definizione dell’IHRA come suo punto di partenza. A questo sono seguite diverse adozioni a livello locale della definizione come per esempio la Regione Lazio nel 2020 (con la partecipazione dell’allora Presidente della Comunità Ebraica Ruth Dureghello) o il Comune di Brescia nel 2024. Questi passi a livello locale, supportati da giunte di destra e di centrosinistra hanno di fatto aperto la strada alla via italiana all’IHRA.

Entrando nel merito del Ddl, il decreto Romeo, modificato rispetto alla proposta inziale, mira a contrastare qualsiasi forma di antisemitismo sulla base, come riporta l’art. 1 comma 2, della “definizione operativa di antisemitismo formulata dall’Assemblea plenaria dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA) il 26 maggio 2016”. La legge punta a contrastare l’odio antiebraico attraverso una serie di misure che vanno dalla formazione dei corpi militari a quella nelle scuole e nelle università, fino al contrasto del fenomeno anche online.

Sebbene la legge non reprima direttamente le azioni e le mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese, essa finisce di fatto per incidere sulla formazione del pensiero critico, colpendo direttamente i luoghi del sapere. Questo aspetto non appare casuale, ma si inserisce nel quadro politico promosso proprio da uno dei membri della Commissione istruzione pubblica del Senato, il senatore della Lega Massimiliano Romeo. Si tratta, secondo i critici, di un tentativo di silenziare non solo le voci critiche presenti nel mondo accademico e scolastico, ma anche di mettere seriamente a rischio la scientificità del sapere, sia esso storico, culturale, politico o giuridico.

Secondo il disegno di legge le università e le istituzioni scolastiche saranno chiamate (qualora vi siano fondi) a dedicare momenti di formazione che prevengano ogni pulsione di intolleranza (art.3 comma 1/c) coinvolgendo la diaspora ebraica. Il punto d dell’art. 3 comma 1, invita invece le università a munirsi di apparati di monitoraggio e figure che possano controllare che non vi siano violazioni a riguardo. A questo si aggiungono tutta una serie di iniziative mediatiche (tv, radio e mass media) per promuovere la cultura della tolleranza, stando bene attenti a rispettare le indicazioni dell’IHRA.

Il tutto in linea con il Coordinatore nazionale per lotta contro l’antisemitismo, un organo governativo (gruppo tecnico) dove partecipano la quasi totalità dei ministeri (art.4 comma 2) con il compito di coordinare le attività preposte. A questo si affiancano tutta una serie di associazioni, sempre parte del gruppo tecnico come: Delegazione italiana presso l’IHRA, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, dell’Unione giovani ebrei d’Italia, della fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, della fondazione Museo della Shoah, della fondazione Memoriale della Shoah di Milano e del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (stesso articolo e stesso comma).

Questi organi e queste misure finiscono di fatto per costituire un apparato di sorveglianza volto a monitorare le attività all’interno dei luoghi del sapere e dell’informazione, con l’obiettivo di assicurare che nulla possa emergere in contrasto con la narrativa ufficiale. Non si tratta, ovviamente, di difendere i negazionisti dell’Olocausto o i sostenitori di fantasiose teorie sul potere ebraico occulto — sia ben chiaro. Si tratta piuttosto di difendere la libertà accademica, soprattutto per quanto riguarda lo studio della storia, della politica, della religione e della cultura del cosiddetto Medio Oriente. Allo stesso tempo, si tratta di difendere le migliaia di accademici e accademiche che negli ultimi due anni si sono schierati contro il genocidio del popolo palestinese e che hanno promosso diverse iniziative di boicottaggio nei confronti delle istituzioni militari, accademiche ed economiche israeliane.

Non è tutto: vi sono anche risvolti pratici, soprattutto sul piano pedagogico, che vanno ben oltre il semplice trasferimento del sapere.

Perdere la coscienza, smettere di lottare

Chi scrive ha sempre studiato la questione palestinese e la Storia del mondo arabo attraverso diversi approcci, è innegabile tuttavia, che chi si trovava dall’altra parte della cattedra, essendo un/una docente indipendente e libero/a cercava di mostrare la Storia con una certa oggettività. Nella grande tavolata universitaria degli Studi sul Medio Oriente, quando si parlava di Palestina non mancavano mai i piatti più prelibati: da Ilan Pappé con la sua “Pulizia etnica della Palestina” fino ad arrivare ai testi di Rashid Khalidi, Nur Masalha o Avi Shlaim.

Testi che raccontavano la storia palestinese in un certo modo, con gli occhi di chi quegli orrori li aveva prima vissuti e poi studiati. Testi che mette(vano) nero su bianco gli orrori della Nakba, della Naksa, della Prima Intifada e che vedevano in modo critico i famosi ‘Accordi di Oslo’. Un approccio questo, uno dei tanti. Sicuramente, nella lunga sfilza degli atenei italiani c’è chi la racconta in modo diverso e a questi autori aggiungerà Benny Morris o Baruch Kimmerling ma difficilmente può sfuggire dall’oggettività storica e analitica.

È impossibile di fatto riscrivere la Storia, tantomeno censurarla. Lo faceva il regime fascista, lo faceva il nazismo e lo fanno tutt’ora i regimi arabi (soprattutto per la memoria del 2011) e, ovviamente, lo fa Israele per nascondere le proprie atrocità.

L’accademia, così come l’istituzione scolastica, è stata concepita per porre le basi per far avanzare senza ostacolo alcuno, un pensiero critico, per dare a chi studia una cassetta degli attrezzi completa. In questo caso, invece, si spera di mettere a tacere questa libertà e indipendenza e tracciare delle linee rosse da non oltrepassare.

Questo comporterà non solo autocensura da parte di chi, ad esempio, la Storia del Medio Oriente la tratta da appendice all’interno di programmi più ampi, ma soprattutto provocherà tutta una serie di effetti su coloro che invece negli anni si sono contraddistinti non solo in letture critiche, ma anche per portare un’innovazione all’interno della storiografia. Basti pensare agli approcci degli studi post-coloniali o degli studi subalterni dove la Palestina non solo è protagonista, ma è di fatto rivista sotto una lente che mette discussione tutta una serie di storture storiche e imposizioni narrative date dal contesto storico in cui si è sviluppata.

Parlare della ‘messa in discussione dello Stato di Israele’ (intesa come istituzione, non in riferimento ai suoi cittadini) all’interno di una narrativa che contrasti la soluzione dei ‘due popoli e due stati’, così come andare a ricercare la natura coloniale israeliana e le politiche razziste messe in atto sin dalla sua fondazione, potrebbe scaturire una reazione repressiva da parte del ‘tavolo tecnico’ del Coordinamento per la lotta contro l’antisemitismo.

Congiuntamente questo coincide con la perdita di coscienza da parte della popolazione studentesca dello spirito critico e di conseguenza di una spinta mobilizzante verso le ‘ancora libere’ manifestazioni di dissenso contro le politiche israeliane. Ovviamente non si tratta solo di persone che studiano l’area, ma di tutti gli studenti. Quanti di noi, come studiosi di Palestina e paesi arabi, in questi ultimi due anni si sono impegnati a parlare in eventi e conferenze pubbliche in università, scuole superiori o in luoghi di aggregazione? Quasi tutti.

Quante volte ci è capitato di entrare dentro vortici agitati da istituzioni o individui legati a figure che oggi siedono nei tavoli tecnici istituiti proprio dal Senato contro l’antisemitismo? Almeno una. Ora, con l’istituzione di questa legge, che fa pressione nelle università, quanti di noi avrebbero voglia di spendersi, sapendo di esporsi a determinate leggi liberticide? Pochi.

Ed è qui dunque che c’è il legame subdolo tra assenza di repressione del dissenso e repressione del sapere ed è qui che potrebbe emergere un’auto-repressione figlia del migliore monitoraggio governmentale mirante a un’autolimitazione del sapere e della costruzione di una coscienza critica.

- Mattia Giampaolo, dottore di ricerca in Studi politici presso la Sapienza di Roma e autore del podcast Micro Palestine. Ha contribuito questo articolo al Palestine Chronicle.

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