Da Caracas a Teheran: Perché il vecchio modello di potere di Washington sta fallendo

Washington’s old playbook—from Latin America to the Middle East—faces a very different world today. (Design: Palestine Chronicle)

By Ramzy Baroud & Romana Rubeo

Washington ripete un vecchio modello geopolitico che collega l’America Latina e il Medio Oriente, ma i cambiamenti globali rendono improbabile il successo.

Punti Chiave

  • Gli Stati Uniti hanno storicamente dimostrato la loro potenza attraverso interventi in Stati più piccoli prima di lanciare guerre strategiche più ampie.
  • L’invasione di Panama precede la Guerra del Golfo, contribuendo a stabilire un modello di proiezione del potere americano.
  • Eventi recenti che collegano Venezuela e Iran suggeriscono che Washington potrebbe tentare una sequenza geopolitica simile.
  • A differenza dell’Iraq negli anni Novanta, l’Iran è militarmente più forte, internamente coeso e regionalmente connesso.
  • L’ascesa di Russia, Cina e delle alleanze del Sud Globale rende molto più difficile per gli Stati Uniti ripetere i successi del passato.

Una strategia antiquata

La crescente tensione geopolitica che collega Venezuela e Iran sembra seguire uno schema storico familiare nella politica estera americana. Nei momenti cruciali di transizione globale, Washington ha spesso utilizzato interventi spettacolari contro Stati più piccoli per dimostrare la propria forza militare prima di espandere la propria influenza in regioni strategicamente vitali.

Questo schema ha contribuito a definire l’inizio dell’era successiva alla Guerra Fredda. Tuttavia, tentare di riprodurre oggi lo stesso modello potrebbe rappresentare un grave errore strategico.

L’ambiente globale che ha permesso agli Stati Uniti di proiettare una potenza schiacciante all’inizio degli anni Novanta è cambiato profondamente.

Panama: Dimostrazione di potere

Nel dicembre del 1989 gli Stati Uniti invadono Panama e catturano il suo leader, Manuel Noriega. L’operazione viene giustificata pubblicamente come un tentativo di combattere il traffico di droga e ristabilire la democrazia.

Tuttavia, l’invasione svolge anche un’altra funzione. È una dimostrazione della portata militare americana in un momento in cui l’equilibrio globale del potere sta cambiando rapidamente.

L’Unione Sovietica sta crollando e Washington cerca di affermarsi come forza dominante nel nuovo ordine internazionale emergente. Panama, un paese relativamente piccolo e politicamente vulnerabile, da tempo dipendente dagli Stati Uniti, offre un palcoscenico sul quale il potere militare americano può essere mostrato con rischi limitati.

Il messaggio è chiaro: Washington ha sia la capacità sia la volontà di rimodellare governi e sistemi politici ovunque lo ritenga necessario.

Da Panama all’Iraq

Subito dopo l’invasione di Panama, gli Stati Uniti lanciano la Guerra del Golfo contro l’Iraq nel 1991, dopo l’occupazione del Kuwait da parte di Baghdad.

Sebbene la guerra venga presentata pubblicamente come un’operazione per liberare il Kuwait, essa permette a Washington di stabilire una vasta infrastruttura militare in tutto il Medio Oriente. Basi militari americane si diffondono nel Golfo, rafforzando il predominio statunitense in una delle regioni più strategicamente importanti del mondo.

Insieme, Panama e Iraq formano quello che appare come un modello geopolitico di successo. Un intervento spettacolare contro uno Stato più piccolo dimostra la forza americana, seguito da una grande campagna militare che rimodella l’ordine politico di un’intera regione.

Per molti a Washington la lezione sembra chiara: dimostrazioni decisive di forza possono consolidare la leadership globale americana.

La guerra in Iraq e l’illusione del controllo

Con il tempo, tuttavia, la strategia mostra i suoi limiti.

L’invasione dell’Iraq nel 2003 tenta di approfondire lo stesso approccio, cercando di rimodellare direttamente il Medio Oriente attraverso un cambio di regime. Il risultato è invece una lunga instabilità, che alimenta conflitti settari, contribuisce all’ascesa di gruppi armati come l’ISIS e destabilizza la regione per anni.

Sebbene l’invasione dimostri una potenza militare schiacciante, non riesce a garantire il controllo politico duraturo che Washington cerca.

Le conseguenze costringono i responsabili politici americani a riconsiderare le priorità globali degli Stati Uniti, portando infine al cosiddetto “pivot to Asia” dell’amministrazione Obama. Guardando indietro, l’Iraq segna l’inizio dell’erosione del modello dimostrato per la prima volta a Panama.

Venezuela e Iran: Una sequenza familiare

Gli sviluppi recenti suggeriscono che Washington potrebbe tentare di riprendere alcuni elementi di questa strategia.

Il rapimento del presidente eletto del Venezuela, Nicolás Maduro, avviene poco prima dell’escalation della pressione militare americana e israeliana contro l’Iran. Maduro è da tempo uno dei più espliciti sostenitori della Palestina e un critico molto diretto della politica estera statunitense.

Il Venezuela mantiene inoltre forti relazioni diplomatiche ed economiche con l’Iran, riflettendo alleanze politiche più ampie tra Stati che spesso presentano le proprie politiche come parte di una più vasta lotta contro il dominio occidentale.

In questo senso, la sequenza che collega Venezuela e Iran richiama schemi precedenti che collegano l’America Latina e il Medio Oriente. Tuttavia, le somiglianze finiscono in gran parte qui.

L’Iran non è l’Iraq

A differenza dell’Iraq all’inizio degli anni Novanta, l’Iran non è uno Stato politicamente isolato o militarmente indebolito.

Nonostante disaccordi politici interni, difficoltà economiche e proteste periodiche, l’Iran rimane una società coesa con forti strutture istituzionali e un potente apparato militare. Il suo sistema politico dimostra di essere capace di mantenere stabilità interna mentre proietta influenza in tutta la regione.

L’Iran possiede inoltre capacità militari significative, tra cui programmi missilistici, strategie di guerra asimmetrica e reti regionali che gli permettono di rispondere alla pressione esterna in modi che l’Iraq sottoposto a sanzioni non è in gran parte in grado di adottare.

In breve, le condizioni strutturali che rendono l’Iraq vulnerabile negli anni Novanta non esistono più allo stesso modo oggi.

Una rete di alleati

Altrettanto importante è il contesto geopolitico più ampio nel quale opera l’Iran.

Quando l’Iraq affronta gli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta, l’Unione Sovietica è crollata e nessuna grande potenza è pronta a sfidare direttamente Washington. L’Iraq rimane di fatto isolato.

L’Iran oggi affronta uno scenario internazionale molto diverso.

La Cina emerge come un importante partner economico per l’Iran e per gran parte del Medio Oriente. La Russia mantiene una cooperazione strategica con Teheran e sottolinea ripetutamente la propria opposizione ai tentativi di destabilizzare lo Stato iraniano. Sebbene nessuno dei due paesi entri direttamente nel conflitto, il loro sostegno diplomatico, economico e strategico impedisce che l’Iran venga isolato come accade in passato all’Iraq.

Allo stesso tempo, l’Iran mantiene forti relazioni con alleati regionali spesso descritti come parte dell’“asse della resistenza”, inclusi diversi movimenti influenti in tutto il Medio Oriente.

Queste reti complicano notevolmente qualsiasi tentativo di rimodellare la regione attraverso uno scontro con Teheran.

Un ordine globale in trasformazione

Forse la differenza più importante tra l’inizio degli anni Novanta e oggi è la trasformazione del sistema internazionale stesso.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti godono per un breve periodo di una posizione di dominio globale quasi incontrastato. Washington può proiettare potere in diverse regioni con una resistenza geopolitica limitata.

Quell’era è finita.

L’ascesa economica della Cina, il rinnovato protagonismo geopolitico della Russia e la crescente influenza delle alleanze del Sud Globale, come i BRICS, hanno creato un panorama internazionale molto più complesso.

Molti Stati operano ora all’interno di un sistema multipolare nel quale il potere americano rimane significativo, ma non più decisivo.

In questo contesto, il tentativo di riprodurre la sequenza geopolitica che un tempo collega Panama e Iraq potrebbe rappresentare una lettura errata del momento storico attuale.

L’intervento a Panama contribuisce a dimostrare la potenza americana all’alba dell’era unipolare. La guerra contro l’Iraq rafforza quella supremazia.

Oggi, gli eventi che collegano Venezuela e Iran potrebbero invece illustrare il fenomeno opposto.

Piuttosto che riaffermare la supremazia americana, potrebbero rivelare i limiti di una strategia geopolitica progettata per un mondo che non esiste più.

La coesione interna dell’Iran, le sue reti regionali e il più ampio spostamento verso un ordine globale multipolare suggeriscono tutti che il vecchio modello di proiezione del potere americano difficilmente potrà avere successo ancora.

E se questo è il caso, il tentativo di Washington di rilanciare quella strategia potrebbe non ristabilire il suo dominio globale, ma accelerarne invece l’erosione.

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