La lunga scia di falsità israeliana – Il sostegno occidentale ha gettato le basi per il genocidio di Gaza

Israele continua a godere del sostegno occidentale anche durante il genocidio di Gaza. (Immagine: Palestine Chronicle)

By Jeremy Salt

Vivendo costantemente al di fuori della legge, Israele è ormai arrivato al punto in cui anche il  rapporto con gli Stati Uniti si sta logorando.

Nessun club al mondo, ad eccezione delle Nazioni Unite, consente a un membro di violare lo statuto e le regole a tempo indeterminato. In alcuni club, il membro verrà ammonito una, due e tre volte, ma se le regole continuano a essere violate, nonostante gli avvertimenti, il membro verrà espulso. 

Questo dovrebbe essere, e probabilmente sarebbe, il destino di Israele se gli Stati Uniti non fossero stati pronti a smorzare ogni tentativo di punirlo per i gravi crimini commessi negli ultimi 76 anni.

Vivendo costantemente al di fuori della legge, Israele è ormai arrivato al punto in cui anche il suo rapporto con gli Stati Uniti si sta logorando, ed è un problema che Netanyahu si aspetta di risolvere quando Trump sostituirà Biden a novembre. Potrebbe non accadere, ma Netanyahu sta lanciando i dadi sperando di poter resistere fino ad allora, mantenendo Israele in stato di guerra.

Il rifiuto di Israele a rispettare le regole ha plasmato la sua esistenza, ancor prima che diventasse uno Stato. Ha utilizzato la risoluzione del 1947 per giustificare la propria esistenza, e poi l’ha ignorata. Assegnato il 54% della terra, ne è ha preso il 78%; Gerusalemme doveva essere una zona internazionale, ma Israele aveva attaccato la città e conquistato la metà occidentale prima di essere fermato dall’intervento internazionale con negoziati di tregua.

Era stato il Lehi (la banda Stern) ad assassinare il mediatore del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Folke Bernadotte, nel settembre 1948, e la sua rimozione dalla scena aveva rimosso un ostacolo sulla strada della leadership sionista, che non aveva intenzione di accettare la spartizione di Gerusalemme.

Israele non aveva intenzione di attenersi ad alcuna risoluzione delle Nazioni Unite riguardante i palestinesi, e gli stati attorno alla Palestina, a meno che non si adattasse ai suoi interessi territoriali e strategici, uno schema che è continuato fino ai giorni nostri. 

Dichiarazione di indipendenza

Nel maggio del 1948, quando ormai centinaia di migliaia di palestinesi avevano già subito pulizia etnica, David Ben-Gurion dichiarò la fondazione dello Stato “indipendente” di Israele. In verità, in quanto movimento di coloni europei, Israele non aveva più diritto all’indipendenza dei coloni bianchi dell’Africa orientale.

La dichiarazione di Ben-Gurion non era intrinsecamente diversa dalla Dichiarazione unilaterale di indipendenza dal Regno Unito fatta dal “Primo Ministro” della Rhodesia del Sud, Ian Smith, nel 1965, che aveva rifiutato di accettare il governo maggioritario come condizione per l’indipendenza. La differenza sta nelle conseguenze.

Mentre la Rhodesia del Sud venne boicottata a livello internazionale, finché Smith non fu costretto a cedere e a firmare l’accordo che portò al governo della maggioranza la guida del nuovo stato, lo Zimbabwe, i sionisti se la sono cavata nonostante la violazione del diritto all’ “autodeterminazione dei popoli” che ha acquisito forza dal 1918, che è stata inserita nell’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite nel 1945, ed è garantita dal diritto internazionale.

Era stata emessa quando risultò chiaro che la decolonizzazione sarebbe stata di importanza centrale nell’ordine mondiale del dopoguerra, e il riferimento della Carta ai “popoli” era chiaramente inteso a significare il popolo indigeno che viveva sulla propria terra, non una colonia di non nativi stabilita sopra quella terra. 

Non è difficile capire perché Israele se la sia cavata e Ian Smith invece no: Israele aveva sempre dietro le spalle gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, ma Smith no.

Supporto statunitense

È stata la Casa Bianca a far approvare la risoluzione sulla spartizione, benché fosse chiaro che non sarebbe stata approvata, a meno che non vi fossero pressioni sui governi vulnerabili – per lo più poveri e dipendenti da un sostegno economico – che si sarebbero astenuti o avrebbero votato “no”.

“Ci abbiamo provato”, aveva detto Clark Clifford, consigliere speciale del Presidente degli Stati Uniti Harry Truman. “È accaduto perché la Casa Bianca era a favore di ciò che è successo. Ho tenuto il bastone nel cul* del Dipartimento di Stato”.

Mentre Truman giocava davanti al pubblico nazionale, il disagio per il suo sostegno a Israele dilagava tra i professionisti del Dipartimento di Stato. Già nel 1946, Dean Acheson, sottosegretario di Stato, descriveva le divergenze sulla politica palestinese come “una guerra civile lungo il Potomac”.

All’inizio del 1948, la delegazione statunitense alle Nazioni Unite era sicura di assicurarsi il sostegno per una risoluzione che ponesse la Palestina sotto amministrazione fiduciaria internazionale, poiché era ormai chiaro che la spartizione non poteva essere raggiunta pacificamente.

L’8 marzo Truman aveva autorizzato il Dipartimento di Stato a introdurre l’amministrazione fiduciaria “se e quando necessario”. Il 20 marzo il Segretario di stato George Marshall aveva dichiarato: “ho raccomandato l’amministrazione fiduciaria al Presidente e lui ha approvato la mia idea”.

Eppure, undici minuti dopo che Ben-Gurion aveva annunciato la fondazione dello Stato di Israele il 15 maggio, Truman riconobbe Israele senza informare la delegazione statunitense alle Nazioni Unite. Il  capo, Warren Austin, aveva lasciato l’Assemblea Generale per fare una telefonata, e aveva poi deciso di non tornare, lasciando a qualcun altro la responsabilità di annunciare la decisione di Truman.

Nel dicembre 1948, l’Assemblea Generale approvò la risoluzione 194. Sanciva il diritto al ritorno per tutti i palestinesi pronti a vivere in pace con i loro vicini, e il risarcimento per le proprietà perdute o danneggiate, “secondo i principi della legge e dell’equità dovrebbe essere fatto per bene da parte dei governi e delle autorità responsabili”, chiaramente con Israele in cima alla lista.

Come prendere la terra senza il popolo è stato a lungo il dilemma centrale del sionismo, ma il fatto che il popolo dovesse andarsene era chiaro.

“Dobbiamo espellere gli arabi”

In una lettera al figlio, negli anni ’30, Ben-Gurion scrisse “dobbiamo espellere gli arabi e prendere il loro posto”, un imperativo ripetuto anche all’inizio del 1948, quando scrisse nel suo diario dell’espulsione dei cittadini palestinesi “in modo che il nostro popolo possa sostituirli”, e di espellerli sotto la copertura di operazioni militari. Israele, chiaramente, non aveva alcuna intenzione di permetter loro di ritornare.

Nessun risarcimento è mai stato pagato, a nessun palestinese è stato permesso di ritornare, e Israele non riconosce nemmeno il diritto legale al ritorno, in contrapposizione al falso “diritto” dei coloni ai quali non si può dire nulla mentre “ritornano” in una terra in cui non hanno mai vissuto.

Nel 1949 venne sollevata la questione dell’adesione di Israele all’ONU. Nella risoluzione 69, approvata il 4 marzo, il Consiglio di Sicurezza aveva deciso che, in quanto “nazione amante della pace”, Israele avrebbe dovuto diventare membro delle Nazioni Unite.

Nella risoluzione 273, approvata l’11 maggio, l’Assemblea Generale aveva concesso a Israele l’adesione. Nel dibattito, il delegato israeliano Abba Eban, aveva assicurato alla Camera che Israele avrebbe onorato i suoi obblighi ai sensi della risoluzione 181 – la raccomandazione sulla spartizione del 1947 – e della risoluzione 194 del 1948, sostenendo il diritto al ritorno dei palestinesi.

Eban aveva dato una “risposta affermativa senza riserve” quando, interrogato sulla risoluzione 194, aveva dichiarato che “con tutti i mezzi a nostra disposizione”, Israele avrebbe rispettato i termini della risoluzione. Tuttavia, aveva rifiutato di rispondere quando gli era stato chiesto se Israele avrebbe cooperato e messo in atto l’internazionalizzazione di Gerusalemme.

La risoluzione 273 dell’Assemblea Generale, “a giudizio del Consiglio di Sicurezza”, definiva Israele “come Stato amante della pace”, che accettava senza riserve gli obblighi della Carta delle Nazioni Unite e che si impegnava a “onorarli dal giorno in cui diventerà membro delle Nazioni Unite”.

37 delegazioni avevano votato a favore della risoluzione, 12 contrarie, 9 astensioni. Significativamente, tra questi figurava il Regno Unito, il cui sostegno al sionismo fu il primo passo verso la catastrofe in Palestina.

La pulizia etnica da parte di questo “stato amante della pace” nel 1948, e gli impegni che Israele non ha mai voluto mantenere, hanno dato inizio ad una lunga scia di massacri, falsità e violazioni seriali del diritto internazionale, su vari livelli. 

Questi sono i semi gettati, molto tempo, fa del “ragionevole” genocidio attualmente in corso a Gaza.

Traduzione di Cecilia Parodi. Leggi l’articolo in inglese qui. 

– Jeremy Salt ha insegnato presso l'Università di Melbourne, alla Bosporus University di Istanbul e alla Bilkent University di Ankara per molti anni, specializzandosi in storia del Medio Oriente. Tra le pubblicazioni più recenti figura il suo libro The Unmaking of the Middle East. Ha contribuito questo articolo al Palestine Chronicle.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*