Al di là della giurisprudenza e dei suoi tecnicismi, la fragilità e l’illegittimità delle prove presentate dall’accusa non possono che indurre a una lettura “politica” della vicenda.
La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento di incarcerazione emesso dalla Procura di Genova nei confronti di Mohammed Hannoun, architetto e militante palestinese che, insieme ad altre cinque persone, era stato arrestato nel dicembre 2025 con l’accusa di finanziamento del terrorismo attraverso la sua Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Due degli indagati, Raed El Salahat e Khalil Abu Deiah, erano già stati rilasciati lo scorso gennaio su decisione del Tribunale del Riesame, mentre per Hannoun, Yaser Elasaly, Raed Dawoud e Ryad Albunstanji si attendeva appunto la pronuncia della Suprema Corte.
Dal momento che la Cassazione non giudica il merito dei processi ma la correttezza delle procedure, i quattro indagati, per il momento, rimangono in carcere in attesa della riformulazione del giudizio da parte del Riesame. Salvo imprevisti, tuttavia, il loro rilascio appare solo questione di tempo. Questa è l’opinione condivisa dagli avvocati difensori, che in una nota affermano che “il tribunale dovrà riconsiderare le posizioni degli indagati per i quali era stato provato solo l’invio a Gaza di aiuti alimentari e di denaro destinato ad attività umanitarie di sostegno alla popolazione civile”.
I legali sottolineano soprattutto come “la Cassazione abbia dichiarato inammissibile il ricorso della procura della Repubblica di Genova diretto a fare entrare nel procedimento i documenti trasmessi dai servizi segreti israeliani”. L’intero impianto accusatorio volto a collegare l’attività di Hannoun e compagni al finanziamento del terrorismo si reggeva infatti su un dossier fatto pervenire ai PM genovesi dai servizi segreti israeliani.
Sin dall’inizio il collegio difensivo aveva sollevato obiezioni di merito e di metodo sulla legittimità dell’utilizzo di tale documentazione in sede di giudizio, rilevando come essa fosse interamente costituita da materiale di intelligence mai vagliato da nessuna autorità giudiziaria e come, soprattutto, le prove fossero state raccolte in un teatro di operazioni militari in cui sono stati verosimilmente commessi crimini di guerra.
Se tali rilievi erano già stati accolti dal Tribunale del Riesame, che nel disporre il rilascio di El Salahat e Abu Deiah aveva stabilito la non ammissibilità del dossier israeliano perché acquisito senza garanzie processuali e di rispetto dei diritti umani, la pronuncia della Cassazione sembra destinata a far calare una pietra tombale definitiva sull’inchiesta della Procura di Genova.
Al di là della giurisprudenza e dei suoi tecnicismi, la fragilità e l’illegittimità delle prove presentate dall’accusa non possono che indurre a una lettura “politica” della vicenda. Al riguardo appare sintomatico che l’arresto di Hannoun e degli altri militanti sia avvenuto sull’onda lunga della mobilitazione per la Palestina che ha avuto luogo tra settembre e novembre 2025.
Il successo di due scioperi lanciati da organizzazioni di base, una manifestazione nazionale che ha visto la partecipazione di oltre un milione di persone, l’adesione alla protesta di settori della società civile solitamente poco inclini a scendere in piazza e, infine, l’ampia risonanza internazionale ottenuta da queste iniziative hanno evidentemente acceso più di un campanello d’allarme nel cuore conservatore delle istituzioni.
Se è vero che a ogni lotta collettiva segue sempre il ritorno repressivo del potere costituito, la violenza gratuita di cui sono stati oggetto Hannoun e i suoi compagni era in qualche modo prevedibile e, a dire il vero, non si è trattato nemmeno di un caso isolato, basti pensare a quanto accaduto a Mohamed Shahin, imam torinese animatore della mobilitazione per la Palestina sottoposto ad arresto illegittimo e a detenzione in un CPR già nel novembre 2025.
Le storie di Hannoun e di Shahin illustrano la brutalità di cui il potere è capace quando la mobilitazione popolare ne mette in discussione i presupposti ideologici non dichiarati, ossia, nel caso della Palestina, l’adesione ad una visione del mondo neoimperialista e colonialista, intimamente razzista e, non ultimo, classista (si tratta pur sempre di contrastare ogni rivendicazione dal basso e salvaguardare l’inerzia dello status quo). Chi milita dalla parte dei colonizzati e degli oppressi dovrebbe però cogliere il lato positivo di questa dinamica. L’affanno del potere e la sua violenza sono indici attendibili del fatto che ci si sta muovendo con efficacia.
(The Palestine Chronicle)


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