Criticare Israele diventerà reato? L’Italia si mobilita contro il DDL 1004

Romana Rubeo e Michela Arricale, in un’intervista con Dignità TV, denunciano i rischi del DDL 1004. (Photo: screen grab)

By Redazione Palestine Chronicle

Romana Rubeo e Michela Arricale, in un’intervista con Dignità TV, denunciano i rischi del DDL 1004, alla vigilia del presidio del 9 settembre a Roma.

Punti chiave

  • Il DDL 1004, approvato dal Senato il 4 marzo, approda il 9 settembre in Commissione Affari costituzionali alla Camera e prevede l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA.
  • Su Dignità TV, Michela Arricale ha analizzato i rischi giuridici e costituzionali della norma, mentre Romana Rubeo ne ha denunciato le conseguenze per boicottaggio, scuola, università, attivismo e informazione indipendente.
  • Oltre cento organizzazioni hanno promosso per mercoledì 9 settembre, dalle 13, un presidio-maratona in piazza Capranica, a Montecitorio, per chiedere lo stop al provvedimento.

Il DDL 1004 non minaccia soltanto il diritto di criticare Israele. Potrebbe trasformare la solidarietà con la Palestina, la ricerca accademica e lo stesso lavoro giornalistico in attività esposte a censura, intimidazioni e azioni legali.

È l’allarme lanciato da Romana Rubeo, caporedattrice di Palestine Chronicle, e da Michela Arricale, giurista internazionalista e copresidente del CRED, nel corso di un’intervista a Dignità TV dedicata al disegno di legge sull’antisemitismo e alle sue possibili conseguenze.

La trasmissione, intitolata ‘Il dissenso non si silenzia, la solidarietà alla Palestina non è un crimine’, ha affrontato il provvedimento da una duplice prospettiva: i suoi effetti giuridici sulla libertà di espressione e le sue ricadute politiche su informazione, ricerca, istruzione e mobilitazione per la Palestina.

Il provvedimento, approvato in prima lettura dal Senato il 4 marzo 2026, introduce nell’ordinamento italiano la definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), insieme ai relativi indicatori applicativi. Il 9 settembre il testo sarà discusso dalla Commissione Affari costituzionali della Camera.

Da definizione di lavoro a norma vincolante

Arricale ha ricostruito il percorso attraverso il quale una definizione nata formalmente come strumento di lavoro rischia di diventare il criterio adottato dallo Stato per stabilire che cosa debba essere considerato antisemitismo.

Il nodo centrale, ha spiegato, è l’associazione tra lo Stato di Israele e le istituzioni ebraiche. Una volta incorporata nell’ordinamento, questa sovrapposizione potrebbe consentire di qualificare la critica a Israele come una manifestazione di odio contro gli ebrei.

“In Italia sarà possibile criticare legittimamente il governo italiano, ma potrebbe non essere possibile farlo con quello israeliano”, ha avvertito Arricale. “Se criticherai il governo, lo chiamerai genocida o dirai le cose che diciamo tutti i giorni, potresti essere accusato di linguaggio d’odio o di reati d’odio aggravati dall’antisemitismo”.

La giurista ha respinto l’argomento secondo cui la definizione, anche una volta inserita nella legge, conserverebbe un carattere puramente orientativo.

“Questa legge serve, questa legge è vincolante: le leggi sono vincoli, non esistono leggi non vincolanti”, ha detto. “Se l’adottano, ci saranno delle conseguenze. In ogni luogo il termine antisemitismo dovrà essere riferito a questa definizione”.

Una possibile compressione del diritto costituzionale di critica

Secondo Arricale, il testo presenta possibili profili di incostituzionalità, in particolare per la compressione del diritto di critica. Un eventuale intervento della Corte costituzionale, tuttavia, potrebbe arrivare soltanto dopo che la norma abbia già prodotto effetti concreti.

“Noi cittadini non possiamo semplicemente prendere la legge e portarla alla Corte costituzionale”, ha spiegato. “Dobbiamo aspettare che produca effetti su qualcuno, che qualcuno venga rinviato a giudizio e che, all’interno di quel procedimento, venga sollevata l’eccezione di costituzionalità”.

Nel frattempo, ha aggiunto, la legge potrebbe provocare danni gravi e spingere studenti, attivisti e cittadini a rinunciare preventivamente alla mobilitazione.

“Se dovesse passare, sarebbe una linea di demarcazione tra un prima e un dopo rispetto alla nostra libertà di movimento e alla nostra agibilità politica come oppositori di questo governo e dello Stato di Israele”, ha dichiarato.

Arricale ha richiamato anche quanto già accade nel Regno Unito e in Germania, dove l’adozione della definizione IHRA è stata accompagnata, secondo la giurista, da una crescente repressione delle espressioni di solidarietà con la Palestina.

“Abbiamo già esempi concreti di ciò che significa introdurre nell’ordinamento una cosa del genere”, ha osservato. “Non c’è bisogno di esercitare la fantasia”.

La definizione trasformata in arma politica

Rubeo ha richiamato innanzitutto le obiezioni sollevate dallo stesso Kenneth Stern, tra i principali estensori della definizione, contro il suo impiego per limitare il dibattito politico e accademico.

“Lo stesso principale estensore di questa definizione di lavoro, Kenneth Stern, ha contestato quello che lui chiama proprio weaponization: la strumentalizzazione, il rendere questa definizione un’arma”, ha affermato. “Per lui non era uno strumento operativo, era uno strumento di lavoro e di ricerca”.

Secondo Rubeo, il pericolo risiede precisamente nella sovrapposizione tra l’odio antisemita, che deve essere contrastato, e l’opposizione politica al sionismo, all’occupazione e alle politiche dello Stato israeliano.

“I governi occidentali si rendono complici di questo uso della definizione dell’antisemitismo e della sovrapposizione con quella di antisionismo come arma”, ha dichiarato.

Boicottaggio e diritto dei palestinesi alla parola

Tra i possibili bersagli del provvedimento, Rubeo ha indicato le campagne di boicottaggio e le iniziative dirette a interrompere l’importazione di beni prodotti nelle colonie israeliane, considerate illegali dal diritto internazionale.

“Anche quelle azioni potrebbero essere definite illegali, sia da parte degli Stati che adottano posizioni come il divieto di importazione, sia da parte dei singoli che decidono di boicottare o di promuovere campagne di boicottaggio”, ha spiegato.

La questione, tuttavia, supera la sola possibilità di aderire al BDS. Per Rubeo, ciò che viene minacciato è anche il diritto dei palestinesi di definire e raccontare la propria esperienza storica.

“Ai palestinesi è già stato rubato il diritto di esprimere con le parole quello che stanno vivendo”, ha osservato. “Dal 1948 a oggi non si sono mai potuti neanche permettere di dire che c’era un’oppressione nei loro confronti, che c’è stata la Nakba, la catastrofe e la pulizia etnica del 1948, perché è sempre arrivata questa arma dell’antisemitismo a sovrapporsi”.

In un momento di crescente isolamento internazionale di Israele, ha aggiunto la caporedattrice di Palestine Chronicle, gli strumenti politici e mediatici diretti a scoraggiare il dissenso rischiano di diventare ancora più aggressivi.

“Le università, i giornalisti e gli attivisti avranno sempre meno libertà di parola”, ha avvertito. “Ma soprattutto ai palestinesi, che hanno già perso tanto, si vieterà di poter addirittura dire e raccontare a parole il loro dramma”.

L’autocensura è già cominciata

Il DDL prevede inoltre una strategia nazionale che coinvolge, tra gli altri ambiti, scuola, università, ricerca, informazione e cultura. Secondo Rubeo, l’effetto non sarebbe limitato a eventuali sanzioni: il timore di denunce o procedimenti potrebbe produrre un condizionamento preventivo.

“Immaginiamoci uno studente italiano di 19 anni che va a una manifestazione perché sente che quello è il suo dovere morale in un momento storico del genere e che si vede recapitare a casa una denuncia, una querela, una qualsiasi azione legale”, ha detto. “In quel momento interverrà la paura di esprimere la sua umanità attraverso i modi e i mezzi che ha cercato di usare fino a questo momento. Questa è un’operazione pericolosissima”.

Rubeo ha raccontato che questa forma di autocensura è già percepibile nelle scuole italiane.

“Sono stata invitata negli anni da vari docenti e presidi particolarmente sensibili alla causa palestinese”, ha spiegato. “Adesso mi dicono: ‘Vorremmo invitarti, soprattutto ora, ma ci sono delle circolari che ci dicono di stare attenti’. Questa autocensura è già presente. Immaginiamo che cosa potrebbe accadere se le forniamo uno strumento giuridico”.

“Per l’informazione indipendente il rischio è la soppressione”

L’ultima parte dell’intervista si è concentrata sulle possibili conseguenze per il giornalismo. Rubeo ha richiamato l’esperienza di Palestine Chronicle, colpito negli Stati Uniti da un’azione giudiziaria fondata, secondo la caporedattrice, sulla stessa confusione tra attività giornalistica e sostegno al terrorismo.

“Siamo stati accusati di supporto materiale al terrorismo in virtù di questi piani che si sovrappongono, di questa confusione legislativa: se hai scritto un articolo e hai pagato un giornalista di Gaza che noi crediamo, senza prove, possa essere implicato, allora stai sostenendo il terrorismo”, ha spiegato.

La pressione economica generata da un procedimento legale, ha sottolineato Rubeo, può bastare a cancellare una piccola testata anche in assenza di una condanna.

“Il rischio per le pubblicazioni indipendenti è semplicemente la morte, la soppressione”, ha dichiarato. “Senza le spalle un po’ forti, tutte le pubblicazioni indipendenti andrebbero a decadere. Quindi la narrazione sulla Palestina, che ha avuto un ruolo molto importante nella formazione di quella coscienza critica, subirebbe uno stop veramente troppo pericoloso”.

La riflessione è stata collegata, nel corso del dibattito, a un rischio democratico più ampio. Se lo Stato può sottrarre un soggetto politico alla critica, la stessa logica può successivamente essere estesa ad altri ambiti del dissenso.

“Una volta che accetti che una parte del tuo diritto di critica venga compressa, perché accetti di non criticare un soggetto politico, è un attimo trasferire questo germe anche su altre cose”, è stato sottolineato durante la trasmissione.

Il 9 settembre il presidio a Montecitorio

Contro il DDL 1004, oltre cento organizzazioni hanno convocato un presidio-maratona nazionale per mercoledì 9 settembre, a partire dalle ore 13, in piazza Capranica, a Montecitorio, in concomitanza con l’avvio della discussione alla Camera.

Tra le realtà promotrici figurano Amnesty International Italia, ARCI, FNSI, Articolo 21, BDS Italia, associazioni di giornalisti, sindacati, organizzazioni palestinesi, realtà ebraiche antisioniste e numerosi gruppi del mondo della scuola, dell’università e della ricerca.

La mobilitazione chiede lo stop a una norma che, secondo i promotori, rischia di confondere la lotta necessaria contro l’antisemitismo con la repressione della critica a Israele e della solidarietà con il popolo palestinese.

Arricale ha ricordato che il provvedimento non è sostenuto soltanto dalla destra e ha invitato a esercitare pressione anche sulle forze del centrosinistra che lo appoggiano o lasciano libertà di voto.

“Questa non è una questione etica su cui lasciare libertà di scelta”, ha affermato. “È una questione di diritti e di libertà di espressione. Sono necessità democratiche”.

“In gioco non c’è soltanto il sostegno alla Palestina”, è stato ricordato in chiusura della trasmissione. “C’è il modo stesso in cui una democrazia definisce i confini del dissenso”.

(The Palestine Chronicle)

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