Come ha scritto la giornalista Francesca Fornario all’indomani del voto, la questione non ha mai riguardato realmente i dettagli tecnici della riforma giudiziaria. È stato un «Basta!» netto e furioso.
In un colpo sbalorditivo al governo di estrema destra di Giorgia Meloni, gli elettori italiani hanno espresso un deciso rifiuto della proposta di referendum costituzionale sulla riforma giudiziaria in una votazione tenutasi il 22 e 23 marzo 2026. I risultati finali hanno mostrato la vittoria del NO con il 53,8% contro il 46,2% del SÌ, con una forte affluenza alle urne del 58,7% — ben superiore alle aspettative per un referendum e in contrasto con le affluenze più basse registrate nelle recenti elezioni regionali ed europee.
Il divario generazionale è stato netto e decisivo. L’affluenza tra i 18-35enni ha superato il 67%, con la stragrande maggioranza che ha votato NO, mentre la fascia d’età dei 55enni e oltre è stata l’unica in cui il SÌ ha vinto con un margine risicato del 51%. Questa non è stata una vittoria della stanca opposizione di centro-sinistra. È stato un segnale fragoroso da parte della Generazione Gaza.
La Generazione Gaza si riferisce alla fascia di giovani italiani (all’incirca tra i 18 e i 30 anni) che sono stati profondamente consapevolizzati dall’aver assistito in tempo reale sui loro telefoni al genocidio di Israele a Gaza, a partire dall’ottobre 2023. Per loro, le immagini quotidiane di ospedali bombardati, bambini affamati, quartieri rasi al suolo e morti di massa tra i civili non sono lontani filmati d’attualità: sono il trauma morale determinante dei loro anni formativi.
Il loro risveglio è stato accelerato dalle coraggiose flottiglie di solidarietà internazionale della scorsa estate e autunno – la Global Sumud Flotilla, la Freedom Flotilla e le Thousand Madleens – che hanno tentato di rompere il blocco illegale e sono state accolte dall’aggressione israeliana in violazione del diritto internazionale. Quegli sforzi, uniti all’inesorabile orrore del genocidio trasmesso in diretta streaming, hanno messo a nudo non solo la brutalità di Israele, ma anche la complicità attiva dell’Italia attraverso la vendita di armi e la copertura politica. Questa consapevolezza si è approfondita quando milioni di persone sono scese in piazza in tutta Italia lo scorso autunno nelle più grandi mobilitazioni che il Paese abbia visto negli ultimi decenni.
Come ha scritto la giornalista Francesca Fornario su Il Fatto Quotidiano il giorno dopo il voto, non si è mai trattato realmente dei dettagli tecnici della riforma giudiziaria. È stato un netto, furioso “Basta!” — una dichiarazione di una generazione che non accetta più il gioco:
Non so quanti abbiano votato “No” nel merito. So che tanti abbiamo votato “No” a prescindere dal giudizio negativo sulla riforma. Perché di fronte a Meloni che si rifiuta di condannare Israele o Trump, a Tajani che il diritto internazionale vale fino a un certo punto, di fronte a Nordio che libera il torturatore Almasri accusato di stupro di minori ma denuncia il trauma dei piccoli della casa del bosco; di fronte a Salvini che ritira il premio “amico di Israele” mentre assiste al massacro di decine di migliaia di palestinesi, libanesi, iraniani; di fronte a qualunque rappresentante di questo governo di complici e pavidi che ha l’ardire di chiedere un voto a conferma del suo operato, non si può fare altro che piantare un bastoncino tra gli ingranaggi del genocidio. È l’unica mossa strategica, l’unica opzione morale, l’unica cosa sensata.
Il leggendario fumettista italiano Vauro l’ha detto chiaramente in un brindisi alla vittoria del NO: «Meloni ha perso, questo è certo. Ma non grazie alla leadership politica vuota dei politici di centro-sinistra». Questi giovani elettori rifiutano sia il progetto neofascista di Meloni sia la politica debole e accomodante del Partito Democratico (PD), del Movimento 5 Stelle (M5S) e dell’Alleanza Verde e di Sinistra (AVS). Ne hanno abbastanza del centrismo tiepido e dei gesti simbolici. Vogliono una vera alternativa socialista, contro il genocidio e contro la guerra.
Vauro ha ribadito il concetto: “Questo Paese ha detto NO all’autoritarismo, NO al neofascismo e NO alla deriva democratica. Ha anche detto NO alla guerra — e NO a chi la sostiene, che si tratti di Meloni o di Schlein (la segretaria del Partito Democratico italiano).”
La riforma voluta da Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio non ha mai avuto a che fare con la modernizzazione della giustizia. Si è trattato di una manovra autoritaria calcolata, volta a sottoporre la magistratura a un maggiore controllo esecutivo. Separando costituzionalmente le carriere di giudici e pubblici ministeri, dividendo il Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti e creando un nuovo tribunale disciplinare influenzato dal governo, la riforma avrebbe reso significativamente più facile per il potere esecutivo punire, emarginare o intimidire i magistrati che avessero osato indagare su politici potenti, denunciare la corruzione o contestare le politiche governative.
In sostanza, mirava a trasformare la magistratura italiana, storicamente indipendente, in un’istituzione più compiacente, indebolendo uno dei pochi controlli rimasti sul potere esecutivo e aprendo la porta alla giustizia selettiva e all’ingerenza politica nei procedimenti penali.
All’indomani di ciò, il governo di Meloni sta crollando sotto il peso delle proprie buffonate criminali. L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro — che un tempo era stato l’avvocato personale di Meloni — e l’ex deputata Giusy Bartolozzi (sottosegretario alla Giustizia) si sono già dimessi in disgrazia. Delmastro è stato coinvolto in scandali relativi a presunti legami con la mafia e a un famigerato episodio di sparatoria legato alla sua cerchia ristretta.
Bartolozzi deve affrontare gravi accuse legate al caso Almasri — lo scandalo che riguarda il rilascio segreto e il rimpatrio di un presunto criminale di guerra e trafficante libico, in cui è accusata di aver interferito nei procedimenti giudiziari e di aver abusato della sua posizione per proteggere gli interessi del governo.
Anche la ministra del Turismo Daniela Santanchè — che assomiglia alla sorellastra malvagia e più anziana di Kristi Noem — è stata ora costretta a dimettersi, trascinata giù da molteplici scandali che coinvolgono appropriazione indebita, fatture false, uso improprio di fondi pubblici e legami con figure della criminalità organizzata. Mentre se ne andava ha minacciato di far crollare l’intero castello di carte.
Anche il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, fedelissimo di lunga data di Berlusconi e uno dei promotori più aggressivi della definizione pro-israeliana di antisemitismo dell’IHRA in Parlamento, si è dimesso da capogruppo di Forza Italia al Senato. Gasparri ha ripetutamente spinto la controversa definizione proprio per proteggere dalla critica la campagna genocida di Israele e per criminalizzare l’attivismo BDS. Il Consiglio dei Ministri è pieno di scandali, ricatti reciproci e epurazioni disperate, mentre Meloni cerca freneticamente di tenere insieme la sua coalizione.
Vauro ha concluso il suo brindisi con un chiaro avvertimento:
“Quindi brindo — brindo alla salute (…) della cosiddetta società civile (…) di questo Paese che ha colto, in questo referendum, un’occasione non per esprimersi sulla separazione delle carriere, (…) ma di esprimersi contro una deriva neofascista.
“E, se mi permettete, anche (dando) un segnale (…) alla cosiddetta opposizione: perché finalmente si decida ad interpretare il proprio ruolo nel quadro politico di questo Paese, nel quadro istituzionale di questo Paese. Perché finalmente si decida a fare una scelta radicale, radicale sui valori, radicale sulle cose sulle quali non si può andare a compromesso. La prima di queste cose è la pace. La prima di queste cose è l’articolo 11 della Costituzione.”
L’articolo 11 della Costituzione italiana ripudia la guerra come strumento di aggressione e come mezzo per risolvere le controversie internazionali, dando priorità alla pace e alla giustizia.
Questa sconfitta arriva in un momento di crescente malcontento economico. Gli italiani sono furiosi per il flusso infinito di denaro verso l’Ucraina, i salari stagnanti, il costo della vita alle stelle, l’essere tenuti in ostaggio dalle richieste statunitensi di acquistare costoso petrolio e gas americani invece delle forniture russe più economiche, e le richieste di Trump di un aumento della spesa militare al 5% del prodotto interno lordo italiano.
La fedeltà incondizionata di Meloni a Washington e Tel Aviv sta costando cara alla classe lavoratrice — e i giovani stanno collegando i puntini tra genocidio, guerre all’estero, austerità interna e attacchi alle garanzie democratiche.
Meloni è stata costretta ad ammettere la sconfitta, ma il messaggio più profondo è inequivocabile: la Generazione di Gaza è sveglia, organizzata e non è più disposta ad accettare mezze misure da nessuna parte. Questa vittoria appartiene innanzitutto ai giovani italiani che si sono rifiutati di lasciare che il loro futuro fosse sacrificato sull’altare dell’autoritarismo e della complicità imperiale. All’ombra delle radici neofasciste di Meloni e del sostegno spudorato del suo governo al massacro di Gaza, il voto NO è sia un trionfo democratico che una resa dei conti morale.
L’estrema destra è stata frenata — per ora. Ma il vero messaggio risuona più forte: la Generazione Gaza è arrivata, e chiede un’opposizione vera, degna della sua rabbia e della sua speranza. La lotta per un’Italia radicata nella pace e nella giustizia, e per un mondo migliore, continua.
NO significa NO e anche Basta!

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