By Ramzy Baroud
Il potere è una condizione dell’essere. E quell’anziana signora di Teheran — che si rifiuta di lasciare “il campo di battaglia vuoto” — ne è la manifestazione più autentica.
“Cosa ci fa qui?”, chiede un giornalista locale a un’anziana signora per le strade di Teheran.
La risposta – e lo scambio che ne segue – può sembrare semplice, quasi intuitiva. In realtà, è una rappresentazione quasi perfetta della società iraniana che, nonostante i disaccordi interni – persino i momenti di discordia – conserva un senso chiaro e prevalente delle priorità.
“Sono venuta a difendere il mio leader”, risponde.
Qui, la parola “leader” non si riferisce a un singolo individuo, ma a una rappresentazione più ampia, quasi civilizzazionale, dell’Iran stesso.
Che il “leader” in questione sia Mahmoud Pezeshkian o il neo-insediato Ayatollah Mojtaba Khamenei è, in definitiva, irrilevante.
Entrambi gli uomini sono significativamente più giovani di lei. Nessuno dei due, fino a poco tempo fa, figurava nemmeno nel suo immaginario politico.
Questo da solo spiega perché la dottrina statunitense-israeliana della “decapitazione” – l’assassinio della leadership politica e militare di alto livello – abbia fallito in Iran.
La stessa logica aiuta a spiegare il suo fallimento in Palestina e in Libano. Le culture di resistenza in queste società non sono incentrate sugli individui, come nei sistemi politici gerarchici o rigidi. Sono radicate in qualcosa di più profondo, di più duraturo.
La conversazione continua.
“Come aiuta?”, chiede il giornalista.
“Sono venuta per non lasciare il campo di battaglia vuoto”.
La risposta parla da sé – iconica nella sua chiarezza – soprattutto se proveniente da una donna molto anziana e visibilmente fragile, appoggiata a un bastone.
Qui non conta solo l’età, ma anche il genere. La propaganda statunitense-israeliana ha a lungo presentato la sua violenza in Iran – proprio come hanno fatto le potenze occidentali in Afghanistan – come uno sforzo per “liberare” le donne.
Eppure, tra i milioni di persone che hanno riempito le piazze di Teheran e di altre città iraniane dall’inizio dell’aggressione il 28 febbraio, le donne sono state centrali: visibili, presenti e in prima linea.
I media mainstream o non lo vedono o scelgono di marginalizzarlo. Ma tali narrazioni mediatiche sono irrilevanti per l’anziana donna di Teheran. Lei opera secondo una logica diversa: quella di un’orgogliosa iraniana, costretta a difendere la sua patria dagli invasori stranieri.
“La sua presenza ha un impatto?”, insiste il giornalista.
L’anziana risponde senza esitazione: “Sì”.
“In che modo?” chiede lui.
“Il nemico ha paura di noi”, risponde lei.
“Ha paura del popolo iraniano”
Ancora una volta, lei canalizza la saggezza accumulata in migliaia di anni di storia persiana: le civiltà non sono costruite da individui, ma da collettività. E alla fine, non saranno gli eserciti, i presidenti o le risoluzioni dell’ONU a determinare l’esito della guerra.
Saranno le persone.
Questa intuizione dovrebbe risuonare a livello globale, ma soprattutto nelle società occidentali, dove molti si sentono impotenti, chiedendosi spesso: “Cosa può fare la gente comune?”
L’anziana di Teheran non ha questa incertezza. Non riflette. Agisce. Prende il suo posto nelle trincee della resistenza popolare.
Il giornalista insiste: “Lei è debole e non ha potere. Come può il nemico temerla?”
Lei non si offende. Risponde con la stessa incrollabile chiarezza morale, offrendo un’altra frase iconica:
“Non ho forza, ma posso stringere i pugni”.
“Cosa fai con il pugno?”, insiste lui.
«”Combatto con il pugno”, dichiara lei, alzandolo in aria come una guerriera esperta, come se avesse combattuto questa stessa giusta battaglia molte volte in passato.
Un attimo dopo, si vede un giovane – presumibilmente il giornalista – che le parla, sorridendo e inchinandosi leggermente in segno di rispetto. Un membro di una generazione più giovane, che riconosce che la forza della sua società ha origine da figure come lei.
La guerra contro l’Iran aprirà la strada alla liberazione della Palestina?
A prima vista, il video può sembrare uno dei tanti che circolano online: un’altra dimostrazione di fermezza, unità e determinazione in Iran, una civiltà molto più profonda di quanto figure come Trump e i suoi alleati possano comprendere, figuriamoci affrontare in modo significativo.
Ma è più di questo. Cattura l’essenza stessa del potere: la sua fonte, il suo significato, la sua espressione filosofica più profonda.
Il potere non è gli F-35 o le bombe bunker buster. Questi sono strumenti di distruzione, nient’altro.
Il potere è una condizione dell’essere.
E quella donna anziana di Teheran – che si rifiuta di lasciare il “campo di battaglia vuoto” – ne è la manifestazione più autentica.
A lei, e a tutti coloro che rifiutano l’ingiustizia, l’indignità e l’arroganza, ci inchiniamo – umilmente.


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