By Ramzy Baroud and Romana Rubeo
La portata della partecipazione popolare alle campagne pro-Palestina segnala un cambiamento strutturale: la questione non può più essere contenuta dal linguaggio diplomatico o da audaci campagne di pubbliche relazioni.
Alle Olimpiadi Invernali di Milano–Cortina, Gaza non è rimasta fuori dallo stadio.
Durante la diretta della gara di bob a due, il commentatore svizzero Stefan Renna si è discostato dalla consueta narrazione sportiva per sollevare quella che ha definito “una domanda legittima” sulla presenza di Israele ai Giochi.
Riferendosi al pilota israeliano Adam Edelman, Renna ha osservato che l’atleta aveva pubblicato sui social messaggi a sostegno della campagna militare israeliana a Gaza e lo ha definito “un sionista fino al midollo”. Ha aggiunto che ciò sollevava interrogativi sulla compatibilità di tali posizioni con i principi di neutralità del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) e con la partecipazione di atleti legati al genocidio in corso.
Il filmato ha circolato ampiamente online prima che l’emittente svizzera RTS lo rimuovesse, sostenendo che, pur lasciando spazio al dibattito, il commento non era “appropriato per durata e tono nel contesto di una trasmissione sportiva”.
Pochi giorni prima, un addetto alla vendita presso il Cortina Sliding Center è stato allontanato dal turno dopo aver ripetutamente gridato “Free Palestine” mentre tifosi israeliani entravano nella struttura. Gli organizzatori hanno difeso la decisione, affermando che “non è appropriato che il personale dei Giochi o i collaboratori esprimano opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle loro mansioni” e sottolineando la necessità di preservare un “ambiente neutrale, rispettoso e accogliente”.
Questi sono solo alcuni esempi di una serie di episodi legati alla Palestina iniziati già con la cerimonia ufficiale di apertura. In seguito, una vasta folla di attivisti pro-Palestina ha manifestato per Gaza, protestando contro la partecipazione di un paese genocida a un evento sportivo concepito per celebrare la pace e l’unità globale.
Nei corridoi degli stadi, nei negozi e sui social media, i Giochi sono tornati ripetutamente sullo stesso tema: il genocidio a Gaza. Fischi durante le apparizioni israeliane, striscioni di protesta fuori dalle sedi olimpiche e video virali dall’interno degli spazi olimpici hanno reso evidente che il genocidio non poteva essere separato dallo spettacolo sportivo.
Le Olimpiadi dovevano funzionare come uno spazio sicuro per Israele — isolato dalla politica e distaccato da ciò che ha fatto e continua a fare a Gaza. Invece hanno mostrato il contrario. Anche eventi internazionali rigidamente gestiti non sono riusciti a impedire che il genocidio riaffiorasse spontaneamente — attraverso spettatori, lavoratori, commentatori e pubblico.
Nel momento in cui lo sport ha richiesto il silenzio imposto per poter procedere, la narrazione era già sfuggita al controllo istituzionale.
Non si tratta di un fallimento comunicativo temporaneo. È qualcosa di strutturale, e il motivo è questo:
Primo, ogni vittima palestinese è diventata un testimone permanente.
Oltre 72.000 palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, secondo il Ministero della Sanità di Gaza. Tuttavia, un’analisi più ampia del bilancio delle vittime suggerisce cifre significativamente più elevate. Un recente studio pubblicato su The Lancet, basato su un’indagine demografica, stima che tra il 7 ottobre 2023 e l’inizio di gennaio 2025 si siano verificati 75.200 decessi violenti. Lo studio conclude che le morti violente “hanno superato in modo sostanziale le cifre ufficiali”. I ricercatori rilevano che donne, bambini e anziani rappresentano oltre la metà delle vittime e che le morti violente equivalgono a circa il 3–4% della popolazione prebellica di Gaza.
Non si tratta di statistiche astratte. Sono nomi, fotografie, funerali, bambini rimasti orfani, quartieri distrutti. Circolano quotidianamente sulle piattaforme digitali, diffusi non solo dai giornalisti ma dagli stessi sopravvissuti.
Quando il Sudafrica ha presentato il suo ricorso contro Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, ha sostenuto che le azioni di Israele erano “di carattere genocida”, citando dichiarazioni di funzionari israeliani e schemi di distruzione. Israele respinge l’accusa, sostenendo che le operazioni prendono di mira Hamas. Ma la battaglia legale si svolge parallelamente a una trasformazione più profonda: quella della percezione globale.
La narrazione non è più mediata esclusivamente dalle istituzioni. Vive nella memoria.
Secondo, il movimento di solidarietà è cambiato in modo fondamentale.
Nell’ultimo anno, milioni di persone comuni — studenti, accademici, artisti, sindacalisti, operatori sanitari — si sono mobilitate al di fuori delle strutture tradizionali dell’attivismo. Gli accampamenti universitari si sono diffusi negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, in Australia e oltre. Le manifestazioni hanno radunato centinaia di migliaia di persone a Londra, Parigi, New York e Washington.
Questo movimento non è guidato principalmente dall’ideologia. È guidato dalla percezione morale — da ciò che le persone hanno visto.
Questo cambiamento di percezione può essere descritto solo come un “terremoto morale”. La portata della partecipazione popolare alle campagne pro-Palestina indica infatti un mutamento strutturale: la questione non può più essere contenuta dal linguaggio diplomatico o dalle campagne di pubbliche relazioni.
Terzo, la leadership israeliana non ha moderato la retorica razzista e disumanizzante che ha segnato la fase iniziale del genocidio.
Nell’ottobre 2023, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha annunciato un “assedio totale” di Gaza, dichiarando: “Non ci sarà elettricità, né cibo, né acqua, né carburante. Stiamo combattendo animali umani e agiamo di conseguenza.” Non si è trattato di un eccesso retorico isolato; queste parole hanno accompagnato politiche che hanno interrotto forniture essenziali a una popolazione civile di oltre due milioni di persone.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte inquadrato il genocidio in termini civilizzazionali e biblici, descrivendolo come una lotta tra “i figli della luce e i figli delle tenebre” e richiamando la storia di Amalek — un linguaggio che, nelle scritture ebraiche, rimanda alla distruzione totale del nemico. Tali dichiarazioni sono state riportate dai media internazionali e successivamente citate negli atti legali, inclusa la memoria del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia, come prova di intenzione.
È significativo che questo tono non sia arretrato con l’aumentare delle vittime civili. I funzionari israeliani hanno continuato a esprimersi negli stessi termini assolutisti e disumanizzanti mentre la guerra genocida si espandeva nel nord e nel sud di Gaza. Il linguaggio dell’assedio, dell’eliminazione e della vittoria totale è rimasto centrale nella comunicazione ufficiale.
Quarto, l’ambiente informativo è cambiato in modo permanente.
Nonostante le politiche di moderazione dei contenuti e le restrizioni delle piattaforme, le immagini provenienti da Gaza — ospedali bombardati, quartieri rasi al suolo, genitori in lutto — hanno circolato globalmente in tempo reale. Amnesty International ha descritto le azioni di Israele a Gaza come “un genocidio sotto gli occhi di tutti”. Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno accusato Israele di “atti genocidari”, crimini di guerra e punizione collettiva.
Quando un linguaggio simile entra nel discorso dominante dei diritti umani, non può essere cancellato attraverso operazioni di branding.
I social media garantiscono che nessuna cerimonia olimpica, nessun inno e nessun podio possano sostituire completamente quelle immagini. Il marchio di “Israele come Stato genocida” continua a viaggiare nel tempo e nello spazio.
Quinto, le istituzioni occidentali che difendono Israele affrontano una propria crisi di credibilità.
La fiducia pubblica nei governi e nei principali media si è erosa in Europa e in Nord America. Quando le dichiarazioni ufficiali insistono sul diritto di Israele a difendersi mentre le immagini della devastazione civile dominano i flussi globali, una parte dell’opinione pubblica interpreta quella difesa non come autorevolezza ma come parzialità.
Il risultato è un’inversione. La legittimazione istituzionale non garantisce più legittimità.
In ultima analisi, si può affermare con certezza che un genocidio non può essere reputazionalmente invertito.
Campagne di marketing, tournée diplomatiche o apparizioni internazionali accuratamente orchestrate non possono annullare uno sterminio di massa testimoniato in tempo reale da un pubblico globalmente connesso. La reputazione segue la realtà.
Alle Olimpiadi di Milano-Cortina, Israele cercava normalità. Ha invece incontrato l’interruzione.
I Giochi sono stati progettati per isolare lo sport dalla politica. Ma il genocidio non è un’opinione politica — è una frattura storica. E le fratture storiche non restano educatamente fuori dai cancelli degli stadi.
La crisi d’immagine globale di Israele non è un problema di comunicazione. È la conseguenza della memoria, della memoria collettiva. Il mondo ha visto troppo. E la memoria non si negozia, non si copre con operazioni di rebranding, non si cancella.

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