Il Board of Peace: come Gaza è diventata il modello di un nuovo ordine statunitense

Trump presente4d the Board of Peace as a neutral, benevolent mechanism capable of stabilizing the world’s most volatile regions. (Photos: Wikimedia. Design: Palestine Chronicle)

By Ramzy Baroud

Il Board of Peace non riguarda la ricostruzione né la giustizia, ma lo sfruttamento della sofferenza di Gaza per imporre un nuovo ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti, prima in Medio Oriente e poi oltre.

La storia del potere americano è, per molti aspetti, la storia di una continua reinvenzione delle regole — o della creazione di nuove regole — adattate agli interessi strategici degli Stati Uniti.

Questo può sembrare un giudizio severo, ma è una constatazione necessaria, soprattutto alla luce dell’ultima invenzione politica del presidente statunitense Donald Trump: il cosiddetto *Board of Peace*.

Alcuni hanno frettolosamente concluso che la nuova manovra politica di Trump — presentata di recente al World Economic Forum di Davos — sia un’iniziativa esclusivamente “trumpiana”, slegata dalle precedenti dottrine della politica estera statunitense. Si sbagliano, fuorviati in gran parte dallo stile egocentrico di Trump e dalle sue continue, quanto infondate, affermazioni di aver posto fine alle guerre, risolto conflitti globali e reso il mondo un luogo più sicuro.

Durante il lancio a Davos, Trump ha rafforzato questa illusione accuratamente costruita, vantandosi della presunta leadership storica degli Stati Uniti nel portare la pace, elogiando presunti successi diplomatici senza precedenti e presentando il Board of Peace come un meccanismo neutrale e benevolo, capace di stabilizzare le regioni più instabili del mondo.

Eppure, una lettura meno prevenuta della storia ci permette di vedere il progetto politico di Trump — a Gaza come altrove — non come un’anomalia, ma come parte di uno schema ricorrente. I decisori della politica estera statunitense cercano ripetutamente di riappropriarsi della gestione degli affari globali, di marginalizzare il consenso internazionale e di imporre quadri politici che solo loro definiscono, amministrano e, in ultima analisi, controllano.

Il Board of Peace — un club politico su invito, controllato interamente da Trump — sta assumendo sempre più i contorni di una nuova realtà geopolitica in cui gli Stati Uniti si impongono come autoproclamati custodi degli affari mondiali, a partire dalla Gaza devastata dal genocidio, posizionandosi esplicitamente come alternativa alle Nazioni Unite. Sebbene Trump non lo abbia dichiarato apertamente, il suo disprezzo per il diritto internazionale e la sua incessante spinta a ridisegnare l’ordine mondiale post–Seconda guerra mondiale sono chiari indicatori delle sue reali intenzioni.

L’ironia è sconcertante. Un organismo che, almeno in apparenza, dovrebbe guidare Gaza nella ricostruzione dopo il devastante genocidio israeliano non include i palestinesi — tantomeno gli abitanti di Gaza stessi. Ancora più grave è il fatto che il genocidio che questo organismo pretende di affrontare sia stato sostenuto politicamente, finanziato militarmente e protetto diplomaticamente da successive amministrazioni statunitensi, prima sotto Joe Biden e poi sotto Trump.

Non occorre particolare intuito per concludere che il Board of Peace di Trump non è interessato alla pace, né realmente a Gaza. A cosa serve, allora, questa iniziativa?

Non si tratta di ricostruzione o giustizia, ma di sfruttare la sofferenza di Gaza per imporre un nuovo ordine mondiale a guida statunitense, prima in Medio Oriente e poi oltre.

Gaza — un territorio assediato di appena 365 chilometri quadrati — non ha bisogno di una nuova struttura politica popolata da decine di leader mondiali, ciascuno dei quali, secondo quanto riportato, pagherebbe una quota di adesione da un miliardo di dollari. Gaza ha bisogno di ricostruzione, i suoi abitanti devono vedersi riconosciuti i diritti fondamentali e i crimini di Israele devono essere perseguiti con responsabilità. I meccanismi per raggiungere questi obiettivi esistono già: le Nazioni Unite, il diritto internazionale, le istituzioni umanitarie consolidate e, soprattutto, i palestinesi stessi, la cui capacità di resistenza, resilienza e determinazione a sopravvivere all’assalto israeliano è diventata leggendaria.

Il Board of Peace scarta tutto questo a favore di una struttura vuota e improvvisata, pensata per soddisfare l’ego volatile di Trump e promuovere gli interessi politici e geopolitici statunitensi e israeliani. Di fatto, riporta la Palestina indietro di un secolo, a un’epoca in cui le potenze occidentali decidevano unilateralmente il suo destino, guidate da presupposti razzisti sui palestinesi e sul Medio Oriente, gli stessi presupposti che hanno gettato le basi delle catastrofi durature della regione.

Resta però una domanda centrale: si tratta davvero di un’iniziativa unicamente “trumpiana”?

No, non lo è. Pur essendo abilmente confezionata per alimentare il senso di grandezza di Trump, questa iniziativa rientra in una tattica americana ben nota, soprattutto nei momenti di crisi profonda. Questa strategia è illustrata con chiarezza da Naomi Klein in *The Shock Doctrine*, dove l’autrice spiega come le élite politiche ed economiche sfruttino i traumi collettivi — guerre, disastri naturali, collassi sociali — per imporre politiche radicali che, in condizioni normali, incontrerebbero una forte resistenza pubblica.

Il Board of Peace di Trump si inserisce perfettamente in questo schema, utilizzando la devastazione di Gaza non come un richiamo alla giustizia o alla responsabilità, ma come un’opportunità per rimodellare le realtà politiche in modo da rafforzare il dominio statunitense ed emarginare le norme internazionali.

Non è affatto un caso isolato. Il modello risale alla creazione delle Nazioni Unite, concepite dagli Stati Uniti e istituite nel 1945 in sostituzione della Società delle Nazioni. Il suo principale architetto, il presidente Franklin D. Roosevelt, era determinato a garantire la supremazia strutturale degli Stati Uniti, in particolare attraverso il Consiglio di Sicurezza e il sistema di veto, assicurando a Washington un’influenza decisiva sugli affari globali.

Quando, in seguito, l’ONU non si piegò completamente agli interessi statunitensi — soprattutto quando si rifiutò di concedere all’amministrazione di George W. Bush l’autorizzazione legale per invadere l’Iraq — l’organizzazione fu bollata come “irrilevante”. Bush guidò allora la propria cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, una guerra di aggressione che devastò l’Iraq e destabilizzò l’intera regione, con conseguenze che perdurano ancora oggi.

Una manovra simile si verificò in Palestina con la creazione del cosiddetto *Quartetto* per il Medio Oriente nel 2002, un quadro dominato dagli Stati Uniti. Fin dall’inizio, il Quartetto ha sistematicamente marginalizzato l’agenzia palestinese, protetto Israele da qualsiasi responsabilità e relegato il diritto internazionale a un ruolo secondario — spesso sacrificabile.

Il metodo rimane coerente: quando i meccanismi internazionali esistenti non servono gli obiettivi politici degli Stati Uniti, vengono create nuove strutture, quelle vecchie vengono aggirate e il potere viene riaffermato sotto la maschera della pace, della riforma o della stabilità.

Alla luce di questo precedente storico, è ragionevole concludere che il Board of Peace finirà per diventare l’ennesimo organismo destinato al fallimento. Prima di giungere a questa fine prevedibile, tuttavia, rischia di compromettere ulteriormente le già fragili prospettive di una pace giusta in Palestina e di ostacolare qualsiasi tentativo serio di chiamare i criminali di guerra israeliani a rispondere delle proprie azioni.

Ciò che è davvero straordinario è che, persino nella sua fase di declino, agli Stati Uniti venga ancora consentito di sperimentare sul futuro di interi popoli e regioni. Eppure, non è mai troppo tardi per chi è impegnato a ripristinare la centralità del diritto internazionale — non solo in Palestina, ma a livello globale — per opporsi a questa ingegneria politica irresponsabile e autoreferenziale.

La Palestina, il Medio Oriente e il mondo meritano di meglio.

- Ramzy Baroud is a journalist and the Editor of The Palestine Chronicle. He is the author of six books. His latest book, co-edited with Ilan Pappé, is “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out”. Dr. Baroud is a Non-resident Senior Research Fellow at the Center for Islam and Global Affairs (CIGA). His website is www.ramzybaroud.net

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